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Martedì 17 Ottobre 2017 | 06:12

I misteri di Lucera tra i libri dei Gifuni

Siamo nel mondo di Giambattista Gifuni. «Il suo era il fascino di una persona che sapeva essere burbera ma spiritosa, autorevole ma mai autoritaria; sempre accogliente, mostrava totale disponibilità verso chi avesse interesse per la cultura e per la storia del nostro paese»: è un ricordare lieve, quello di Fabrizio, il nipote che non riesce però a nascondere quanto il suo essere attore si sia lasciato attraversare da quei personaggi e dalle tante storie della sua famiglia
• Una passione davvero luc(if)erina
Lucera è un’altra Puglia; l’impressione è quella di stare ad un passo dal cielo, come su un altopiano. La piazza non regolare, la cattedrale sorta velocemente, «contro ogni nostalgia saracena», l’andare continuo delle persone da un lato all’altro, l’intrico di stradine che sembrano perdersi in mete segrete, svelano i tanti abiti che questa città ha vestito nel tempo. Eventi storici e leggende sovrappongono chiese cristiane e moschee, notti africane e tramonti mediterranei. 

Questa regione fa parte di quei sud del mondo in cui si sono mescolati popoli, intrecciate tradizioni, confuse culture diverse. Qui Federico II insediò suoi soldati più fedeli insieme a una colonia di saraceni di Sicilia, trasformandolo in un posto esotico tanto fiorente da essere soprannominato la Cordova dei Califfi. Qui Carlo d’Angiò volle cancellarne ogni traccia. Così una non occasionale viaggiatrice, Kazimiera Alberti, esule polacca, nel suo peregrinare da Nord a Sud della Puglia, negli anni ‘50 invitava, avvicinandosi a Lucera, a «immaginare cose inverosimili». 

Giriamo a piedi per la città; il centro storico è uno dei più antichi del Sud. Ogni strada ha i suoi stemmi e le sue famiglie illustri; anche qui come altrove, tante piccole regge, salotti fastosi e discreti; chi viene in visita coglie segni di un mondo ottocentesco certamente scomparso, che ha svuotato i palazzi della effervescenza di un tempo e cerca con tenacia una nuova stagione. 

È bella Lucera per l’atmosfera che emana, ma anche perché qui il «mistero», che sembra essere racchiuso al di là dei portoni, cattura e spinge a guardare oltre quello che si sa. Ecco porta Foggia, la zona che era degli harem, nella Lucera araba: lungo Corso Garibaldi, il Municipio, poi la Biblioteca Ruggero Bonghi e il Teatro Garibaldi. Casa Gifuni è poco più avanti, dentro le mura; una casa «palazzata» del Seicento, con la sua piccola corte al centro e il giardino sul retro, una grande palma secolare, il pozzo che affaccia direttamente nella grande cucina e una sottile malia, dal sapore orientale. Per tre secoli è sempre stata abitata, fino agli inizi degli anni Ottanta. 

Siamo nel mondo di Giambattista Gifuni. «Il suo era il fascino di una persona che sapeva essere burbera ma spiritosa, autorevole ma mai autoritaria; sempre accogliente, mostrava totale disponibilità verso chi avesse interesse per la cultura e per la storia del nostro paese»: è un ricordare lieve, quello di Fabrizio, il nipote che non riesce però a nascondere quanto il suo essere attore si sia lasciato attraversare da quei personaggi e dalle tante storie della sua famiglia «fatta di uomini che si ritrovavano nel senso profondo della cose che facevano: erano quello che facevano, o giuristi o avvocati, in una tradizione mai interrotta». 

Il trisnonno Nicola «figura risorgimentale», bel profilo dell’Italia di quegli anni, il nonno Giambattista, «il primo dice Fabrizio - ad allargare l’orizzonte, perché la sua passione lo orientava con decisione verso materie umanistiche e storiche. Poi mio padre Gaetano, che andato a Roma per l’Uni - versità, vi è rimasto, lavorando al Senato prima e al Quirinale poi, nei settennati di Scalfaro e Ciampi». 
Dunque Giambattista: il suo studio è ancora lì, alle pareti diplomi di laurea di generazioni di avvocati, i suoi scritti e i libri. È la Biblioteca comunale, però, il luogo che più di tutti lo racconta: la sua intelligenza e il suo sguardo lungo sulle cose del mondo è racchiuso in quel grande lavoro di raccolta e organizzazione di volumi e volumi. Da questa prospettiva osservava e analizzava gli eventi che stavano cambiando il paese: questa piccola città del Sud, è stata in qualche modo uno dei centri in cui si andava formando un pensiero sulla libertà e sul diritto, che ha visto insieme tanti giovani idealisti, intellettuali, investiti in quegli anni dalla dittatura e subito dopo, dai primi anni della nuova vita democratica. Ci sono uomini per i quali il mondo si apre, di per sé, quasi per magia, senza chiavi sanguinose. 

La Lucera ai tempi di Giambattista era un luogo ben definito: «Ungaretti, Bacchelli, Palazzeschi e tanti letterati e uomini di cultura dell’epoca sono passati da qui - continua Fabrizio -; certo dei suoi rapporti il più noto e forse il più forte, era quello con il filosofo Benedetto Croce. Gli costò un fascicolo della polizia politica del Ventennio, l’Ovra, che raccolse per anni tutta la loro corrispondenza». La storia ci racconta che proprio in forza della sua amicizia con Croce e con altri intellettuali antifascisti, Giambattista fu destituito dal suo incarico di direttore della biblioteca per circa due anni. «Campeggiano ancora in casa delle bellissime foto di Piero Gobetti e Gaetano Salvemini». 

Giambattista Gifuni ha lasciato a tutti una grande eredità fatta di passione: una passione caratterizzata da quei tratti etici che non possono mancare in ogni autentico slancio culturale. «E forse, questo è il segno più forte che ha finito per caratterizzare anche il mio lavoro». Con Fabrizio la tradizione di famiglia ha decisamente cambiato direzione. Insieme a lui anche la casa si è aperta a una sorta di seconda vita. Sono tornate a confondersi, nelle sue stanze, generazioni differenti: «I miei genitori e i loro amici, la famiglia di mio fratello, Sonia e le nostre figlie Valeria e Maria». Il vecchio magazzino deposito, ristrutturato, si è trasformato in sala prove: gli ultimi due spettacoli sono nati lì. Fabrizio attore porta con sé qualcosa che rende non troppo distante il suo «sé», da quello dei suoi avi, giuristi d’altro tempo. I suoi personaggi trasmettono una consapevolezza non casuale, coerente però con una idea che viene da lontano, sapendo anche che questo non è il tempo delle grandi passioni collettive: «c’è come una miriade di percorsi individuali, che vagano senza riuscire a farsi sponda l’uno con l’altro». Ecco perché ha scelto Carlo Emilio Gadda, con la sua visione della storia e con le sue «paludi», in cui gli italiani periodicamente si affossano per poi riuscirne. 

Chiudiamo con una immagine la nostra conversazione: un evento che si è ripetuto nella famiglia Gifuni per oltre un secolo e che ha portato sin qui una gran quantità di ritratti e fotografie. Dunque ogni anno, più o meno in prossimità della primavera, la famiglia si ritrovava insieme per una fotografia; in giardino, grandi e piccoli, gli appena nati, nonni, bisnonni, si riunivano con barbe e cappelli, sguardi austeri e divertiti gli uomini, più quieti e accomodanti le donne, quasi sempre in abiti scuri. Come una famiglia russa. Una di quelle immagini che, insieme ad altre, può essere accolta e riconosciuta, come storia di tutti. 

di ALESSANDRA BOCCHINO

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