Martedì 19 Giugno 2018 | 01:02

Molfetta, il mare luccica di scienza e nobiltà con i Poli

La nostra guida, un gentiluomo con il suo cappello a tesa e il passo atletico di chi evidentemente è abituato a dirigere, poco prima aveva annunciato: «vi sembrerà di entrare in una piccola reggia borbonica». Eccoci: siamo a Palazzo Poli, proprio di fronte allo scorcio più bello del porto. Il nostro ospite è, per l’appunto, Giuseppe Saverio Poli, molfettese di famiglia, ma da sempre a Milano
• Discendenti di Marco Polo
Molfetta accoglie il visitatore con discrezione, cercando di non sovrastarlo con la sua disordinata modernità. Occorre un po’ di tempo perché lo sguardo si liberi dagli eccessi della città, che svela così la sua vera anima. Il porto con il faro, «fra i più antichi dell’Adriatico» è bello, l’orizzonte è aperto, libero, mare e cielo, cielo e mare, in una purissima continuità. Ci incamminiamo, curiosi: in realtà, immaginavamo già che di lì a poco, ci saremmo immersi in un altro tempo, come può capitare solo in questi paesi, che ancora riescono a custodire bene la loro storia. 

La nostra guida, un gentiluomo con il suo cappello a tesa e il passo atletico di chi evidentemente è abituato a dirigere, poco prima aveva annunciato: «vi sembrerà di entrare in una piccola reggia borbonica». Eccoci: siamo a Palazzo Poli, proprio di fronte allo scorcio più bello del porto. Il nostro ospite è, per l’appunto, Giuseppe Saverio Poli, molfettese di famiglia, ma da sempre a Milano, manager, capo del personale della Montedison fino a tutti gli anni ‘80. Un efficace fusione tra gentiluomo del Sud, colto e appassionato cultore della storia del regno di Napoli, e quel pragmatismo che si dice essere del Nord, ma che in realtà nasce da intelligenza, cultura e qualità dell’anima. 

L’androne, nonostante la solennità suggerita dal «regno», conserva l’atmosfera mediterranea, con le sue pietre bianche a la frescura della penombra: la scalinata di marmo bianco si staglia con una certa grinta al centro della corte; tutto intorno, invece, già annuncia la Napoli capitale. Da qui, la bella Molfetta, sembra voler rinnovare la memoria della sua nobile storia, dei personaggi che l’hanno costruita pezzo dopo pezzo, tra mare e terra; da qui, sembra volere ribadire, la sua fisionomia di «città più cospicua del regno, per antichità di origini, dovizia di memorie e ingegni sublimi». In alto a sinistra, alcune iscrizioni in pietra celebrano due momenti importanti della vita del porto: la posa della prima pietra il 30 maggio 1844, su progetto dell’ing. Pansini e l’inaugurazione del primo braccio tre anni dopo. 

Si legge: «i lavori furono visitati il 24 maggio 1847 dal Re Ferdinando II e la Regina Maria Teresa, che restarono a Molfetta dal 24 al 27 maggio, ospiti in casa del nobile Giacinto Poli». Questo palazzo, con la sua struttura semplice e armoniosa opera dei maestri del ‘700 pugliese, è stato spettatore di molti degli eventi politici, sociali, religiosi, che hanno interessato nei secoli non solo la città, ma tutto il sud; è stato culla di grandi intelligenze e di quel modo di guardare il mondo, che già allora e davano a questa terra l’orizzonte che l’ha resa un po’ speciale, quasi diversa. 

Narratrice fuori campo, è Stella Poli, poetessa del ‘900, bella figura di artista, meno impetuosa dei suoi avi, ma egualmente libera e fiera nel fare della passione per la poesia e la narrazione, il tratto distintivo della sua identità: una di quelle «donne nuove» del secolo dell’arte al femminile, altrettanto «illustre» degli uomini di famiglia. Giuseppe Saverio Poli, quindi, ci guida tra le sale, svelando con discrezione il carattere eccezionale di questa famiglia, già allora, europea. Tutto narra del suo omonimo antenato, scienziato, naturalista, poeta: manoscritti, cimeli, incisioni segnano il percorso di Giuseppe S. Poli, dalla nascita a Molfetta, nel 1746, fino agli studi in medicina a Padova. 

Da Napoli, dove intanto si era stabilito per insegnare Fisica sperimentale, fu inviato da Re Ferdinando I ad allestire un laboratorio di fisica sperimentale, come quelli che cominciavano a vedersi a Parigi. Partì, viaggiò per due anni da una capitale all’altra, incontrando le più eminenti personalità della scienza. L’Europa gli aprì le porte e lui seppe ricambiarla con i suoi studi. Uomo di corte, autorevole consigliere del Re, maestro del giovane Francesco I, si occupò di riforme dei ginnasi e delle Università insieme a prestigiosi studiosi dell’epoca, come Domenico Cotugno e Nicola Valletta. A suo modo Poli fu un innovatore, ma non aveva tempra rivoluzionaria; fedele alla monarchia capiva però che qualcosa stava cambiando e che stava per cominciare una nuova era. Spostandoci di sala in sala, incontriamo due volti di donne molto belle: sono i busti candidi di una antenata di casa Poli, detta Bebè e di Giuseppina Raimondi, prima moglie di Giuseppe Garibaldi. 

«Il cuore era monarchico ma la ragione repubblicana», e, su questa dichiarazione emerge il profilo ottocentesco di Giacinto, il vero rivoluzionario, «il carbonaro » di famiglia. Era un sognatore, idealista, insofferente al contrario del Giuseppe, ai Borbone, grande amante di Voltaire, Rousseau, Madame de Stael. Di lui si racconta che si rifiutò di seguire a corte il re Ferdinando II. Scriveva di quei tempi e, sulla scia di «un autentico socialismo umanitario», immaginava Molfetta tesa verso uno sviluppo sociale, educativo, industriale: «la piccola Manchester delle Puglie». 

Appare, penetrando sempre di più le vite di questi personaggi, il senso di profonda unità, che li lega l’uno all’altro. Il denominatore comune è la conoscenza, il sapere come strumento per la modernizzazione del paese. E di questo pensiero, la Puglia è stata molto generosa. Con Gioacchino, figlio di Giacinto, nato nella Puglia dell’inizio del secolo breve, precisamente nel 1924. Di questo signore nobile, si ricordano le sue battaglie, le sue sconfitte ei suoi successi per portare l’acqua in Puglia. A questa missione dedicò tutta la vita e buona parte del patrimonio. Accanto a lui, Matteo R. Imbriani. Restano storiche le sua arringhe di fronte ai cittadini di Bari, Ruvo, Molfetta, Canosa, o quelle nel Consiglio Provinciale di Bari, insieme alle lettere e alle proposte inviate a Crispi, Zanardelli e Giolitti. Gli archivi raccontano, anche, di un colloquio tra Gioacchino e Vittorio Emanuele III, forzando, non poco, la sua ragione e la sua anima profondamente repubblicana. Il suo segno distintivo, era un bastone, ricavato da un ramo di quel pino che ombreggiava la tomba di Garibaldi. Era un poeta. Il suo autoritratto recita: Visionario? Sognatore? Artista? Chissà! Il portone si chiude. C’è da chiedersi, come sarebbe il mondo oggi, se sguardi così lucidi, fossero tanti e di tanti. 

di ALESSANDRA BOCCHINO

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