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Giovedì 19 Ottobre 2017 | 18:25

Con i Gennarini l'antica Taranto torna alla bellezza

Alta e idomita interprete dell’identità culturale del Sud, Giovanna Gennarini Laterza, riprende il filo di un pensiero che si radica nei momenti cruciali della storia del nostro Paese e racconta dei Gennarini, famiglia inscritta al ceto civile di taranto nel 1585 e annoverata tra le famiglie nobili nel 1770, proprio per i meriti di Michele «un liberale di sinistra»
• Dallo Ionio all’Adriatico, due stirpi unite sotto il segno dell’irrequietezza culturale
«Questo popolo lo vorrebbe per sindaco perpetuo, perché simile attento governo, di altrui sindachi, non si è mai veduto»: così i canonici della cattedrale e i priori dei principali conventi nei confronti di Michele Gennarini, uomo coltissimo, di grande coraggio e lungimiranza, gran spadaccino, sindaco della città di Taranto negli anni in cui il Mezzogiorno era attraversato dagli ideali rivoluzionari del ‘700. E anche i principali bottegai della città lo acclamavano: «poiché provvede a tutto con zelo e amore verso la popolazione ei poveri, vigilando con indefessa fatica sopra chianchieri, facchini, venditori di vino e pescatori ». 

Alta e idomita interprete dell’identità culturale del Sud, Giovanna Gennarini Laterza, riprende il filo di un pensiero che si radica nei momenti cruciali della storia del nostro Paese, e lo snoda con facilità, ricomponendo un mosaico di tante vite, le cui tessere non sono mai nello stesso posto, anzi: spostandosi, rimescolano passato e presente, quasi a dimostrare che, laddove convivono tenacia, energia, idea di convivenza possibile, si segna il tempo della storia. Le accade così di scoprire fatti sconosciuti e dimenticati, particolari inediti che stupiscono lei stessa. Ma ancora di più parla, con un bagliore negli occhi, di «mio marito Paolo e i nipoti, vissuti tra i libri e nell’atmosfera unica di casa Laterza».

Racconta quindi dei Gennarini, famiglia inscritta al ceto civile di taranto nel 1585 e annoverata tra le famiglie nobili nel 1770, proprio per i meriti di Michele - «un liberale di sinistra» lo definisce Giovanna -, un uomo complesso, intelligentissimo, che, nato nel 1735 nel palazzo di famiglia, morì nel 1811, non prima però di aver lasciato il suo segno sul percorso di formazione delle coscienze. Un personaggio, così capace di cogliere il malessere che in Puglia (come nelle altre province del Regno di Napoli) cresceva tra la popolazione, da non poter non essere insieme a quelli che per primi «dettero il grido all’Italia sonnecchiosa». Così, quando il 6 febbraio 1799 giunsero a monsignor Capecelatro le lettere da Napoli con la notizia «di essersi pubblicato nella Capitale il nuovo Governo Repubblicano», il cittadino Michele Gennarini di Taranto assunse il compito di «operare il cambiamento con quelle forme di libertà». Le cronache dell’epoca descrivono le campagne e le città pugliesi come «incendiate», in quei giorni, dal fermento rivoluzionario. 

Michele, quindi, insieme a larga parte del clero e dell’aristocrazia, nel giubilo collettivo, sancì la nascita della Repubblica Tarantina, piantando l’«albero della Libertà» in piazza Maggiore. Ma non durarono a lungo, né la Repubblica, né l’albero: fu proprio Capecelatro a spiantare quel simbolo un mese dopo gli eventi che sanguinosamente riportarono l’«or - dine» ovunque. Michele fu arrestato e tutto il suo patrimonio confiscato. È la Taranto capitale di un tempo lontanissimo ma sempre vivo che emerge dai racconti di Giovanna, ragazza vissuta tra quelle pietre, studentessa del liceo classico dedicato ad Archita, il filosofo, il guerriero, lo scienziato, l’uomo di governo cui la città deve molto (IV sec. a. C.); e che non si rassegna nel vedere il cuore antico della città, uno dei più belli d’Italia, non ritrovare la sua ragione. Anzi, percorrere la scia lasciata dai suoi antenati le serve come pretesto per andare oltre e ricostruire il linguaggio dei luoghi e dei paesaggi conosciuti da ragazzina: tra tutti, Mar Piccolo e Mar Grande, i due occhi di Taranto. 

Dice Giovanna Gennarini: «senza i racconti, senza i musei, senza ricerca e cura della bellezza rischiamo di diventare degli analfabeti. C’è desiderio di conoscenza, di ritrovare il filo che unisce una esperienza umana millenaria fatta di contributi diversi, di momenti stratificati, ma che danno alla nostra identità un valore unico». Descrive uno ad uno i bei palazzi nobiliari, elencandoli e oscillando tra nostalgia e desiderio di vedere di nuovo aprirsi quei portoni: Palazzo Calò, Palazzo Amati, Palazzo Galeota, Palazzo Ayala. Ripercorre i vicoli e le piazze, immagina una grande libreria, spazi che permettano ai tarantini, ai visitatori, e a studenti, ricercatori o semplicemente appassionati, di viaggiare nel tempo, sentendosi protagonisti di una storia che continua. Questa energia l’ha sostenuta in quella che è una sua personale battaglia di cultura e di civiltà: ha iniziato ristrutturando il palazzo di famiglia, Gennarini appunto, uno di quelli che fanno bella Taranto, «dopo averlo riscattato dai suoi fratelli», come già una altra Giovanna nata nel 1790. Un percorso parallelo che vede due donne unite - pur a distanza di più di due secoli - dalla identica passione per la Taranto antica, per la cultura viva dei luoghi, per la storia usata come sguardo sul futuro. Eccole le due Giovanne: la prima, figlia di un noto giurista napoletano, Valentino Zingaropoli e moglie di Carlo Gennarini (figlio di quel Michele idealista e rivoluzionario), donna di fascino, libera e curiosa, dopo Parigi, dove viveva sua madre, salvò il palazzo, ormai in completo degrado, acquistandolo dal fratello Epifanio, per farne dono al figlio Michele. Era una donna di grande cultura, poliglotta, di carattere e decisamente anticorfomista per i tempi. 

Quella Giovanna sette-ottocentesca dedicò la sua vita al restauro del palazzo, che riaperti i portoni, diventò anima della vita sociale, culturale, mondana della città. E la seconda Giovanna mostra lo stesso pensiero, la stessa determinazione della sua ava. Ha ripreso il capo di quella storia e ha rimesso al centro del suo progetto il Palazzo; ne ha cercato la ragione nel rilancio del borgo tarantino. «I baresi sono in gamba - dice -. In pochi anni hanno trasformato Bari vecchia in centro splendido ». A Taranto ancor nulla accade. E il vuoto non fa bene. Ritorna, dunque, quel pensiero democratico che da Michele giunge intatto e ancora potente, fino a questa Giovanna: «Cosa mi piacerebbe? Mi piacerebbe che in tanti, pubblici e privati, fondazioni o altri, riuscissero a creare una forza autentica che restituisse al cuore antico di Taranto quello che già aveva e che anni di abbandono le hanno tolto; la sua bellezza e il suo futuro. Qui c’è un fiume di storia che attende solo di riprendere a scorrere per trasformarsi in modernità».

di ALESSANDRA BOCCHINO 

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