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Giovedì 19 Ottobre 2017 | 22:16

Winspeare e le storie del Sud non disperso

Depressa significa Winspeare. Significa una galleria di personaggi eclettici e colti, il cui tratto comune è stato quello di pensare che la nobiltà fosse sì un onore, ma che i veri titoli dovessero invece essere conquistati con una grande educazione e una solida formazione culturale; governatori ministri, ambasciatori, generali, magistrati, questo il bilancio della presenza e dei posti di responsabilità ricoperti ai vertici dello Stato
• Tradizione e futuro nel castello
Winspeare e le storie del Sud non disperso
Chi capita nel Salento si stupirà nel notare come ogni paese, anche piccolo, si allarghi inaspettatamente, su piazze dal fascino unico per l’imponenza dei palazzi e la preziosità degli stemmi: ecco, queste tracce del passato raccontano un mondo in movimento, di famiglie e casati che qui si sono stabilite e che da qui si sono aperte a influenze lontane. La Porta d’Oriente crea in questo senso una potente suggestione, una immagine in cui la vita delle persone, di chi va e chi viene, contribuisce a offrire un’altra lettura del presente. Questa contaminazione è la bellezza, la forza e forse la grande libertà che fa del Salento una terra ancora autentica. Depressa è uno di questi paesi: ha una piazza lucida e squadrata, un bel castello con i merli ai lati e la sua grande famiglia. 

Depressa, infatti, significa Winspeare. Significa una galleria di personaggi eclettici e colti, il cui tratto comune è stato quello di pensare che la nobiltà fosse sì un onore, ma che i veri titoli dovessero invece essere conquistati con una grande educazione e una solida formazione culturale; governatori ministri, ambasciatori, generali, magistrati, questo il bilancio della presenza e dei posti di responsabilità ricoperti ai vertici dello Stato. Oggi si direbbero uomini delle istituzioni, prima e dopo l’Unità d’Italia. 

La Napoli del ‘700 fa da sfondo a Davide Winspeare, filosofo e giureconsulto, discepolo del Genovesi, uomo di carattere e di grande cultura, consigliere di Gioacchino Murat. Il suo busto è ancora oggi nelle sale di Castelcapuano, insieme ai grandi del diritto. Nel Salento i Winspeare giunsero in seguito, grazie ad Antonio, prefetto a Lecce, poi a Massa e sindaco di Napoli, all’indomani del suo matrimonio con Emma Gallone, duchessa di Salve, dei principi di Tricase. Il ramo napoletano quindi si stabilì qui, con un rinnovata fortuna e un Winspeare che ripartì dalla terra, intuendone le potenzialità enologiche. Il nostro incontro con i fratelli Winspeare, attuali rappresentanti della casa, si svolge in due luoghi: la cantina Castel di Salve e Corsano. Agronomo Francesco, regista Edoardo: sguardo che esprime autocontrollo e determinazione il primo; ampio e circolare il secondo, hanno fatto del Salento il loro punto di riferimento, come già i loro avi. 

Nonostante il cognome e il background internazionale, i punti di partenza sono Napoli, il Sud, la Puglia. Nei loro discorsi e comportamenti, questo luogo diventa crocevia e sintesi di culture internazionali: ci sono tutte, infatti, da quella anglosassone in origine, danese e metà americana della nonna paterna, fino a quella meridionale, napoletana, del padre Riccardo. Questa miscela e «questa babele di lingue», si completa con la madre, Elisabetta del Lichtenstein, «austriaca, mitteleuropea, dalla quale abbiamo ereditato il carattere e imparato l’importanza della qualità delle cose,la cura per i dettagli». Elisabetta, vissuta in Francia a Parigi, ha lavorato con Dior e Yves Saint Laurent, «lasciò tutto per seguire nostro padre». 

La Puglia, quindi, da un certo punto in avanti, entra per sempre nel destino di famiglia. Un ricchissimo archivio, documenta dalla metà del ‘700 fino ai primi del ‘900, eventi storici commentati anche attraverso le scelte di vita e di carriera dei singoli componenti. «Abbiamo le lettere scritte dal mio nonno Edoardo, diplomatico a Londra e a Vienna, in cui racconta del suo incontro con Francesco Giuseppe e ancora quelle, in cirillico, di Roberto e di un altro Davide ufficiali in Russia al seguito dello zar, e quelle che testimoniano le fasi di avvio dell’azienda agricola». Castel di Salve, oggi, pur rinnovata, è ancora piena della personalità di Antonio Winspeare, uomo politico prima, proprietario industriale dopo, mai distratto però dall’avere una visione complessiva del Mezzogiorno; personaggio dalla vita più che movimentata, «fu un innovatore come viticultore e produttore di vino, il primo imbottigliatore di questi luoghi». Il suo ritratto è al lato della scrivania di Francesco insieme ai riconoscimenti datati Londra 1888, Milano 1904, Chicago 1893. Ha lasciato un Diario, in cui la sua vita scorre come in un film, passando dalle azioni politiche (fu rivoluzionario nei moti del 1848), alle vicende culturali, non tralasciando le avventure galanti. Sono quarantanove quaderni che raccolgono considerazioni preziose e di grande modernità sul Sud di allora. 

Antonio parla di Napoli da Sindaco e da alto funzionario; da Prefetto analizza Brindisi e il suo porto, individua soluzioni per rilanciare l’agricoltura nel Salento. Insomma documenti che oggi hanno ancora qualcosa da offrire. Quindi la scrittura, altro tratto che unisce i Winspeare. Edoardo, lo sguardo di famiglia, ce li rappresenta così: «profughi inglesi di piccola nobiltà cattolica, uomini rigorosi, interessati al loro tempo, di idee liberali, alcuni più rivoluzionari di quello che appariva. Scrivere è sempre stato uno stile di famiglia e una disciplina; si scriveva per comunicare, per raccontare, per dare istruzioni, per esempio ai figli, su infiniti argomenti. Mio padre Riccardo, grande viaggiatore, due lauree, vero poliglotta, scriveva ogni giorno almeno tre ore e spingeva noi figli a fare altrettanto». 

È il Sud della terra, delle coltivazioni di tabacco che viene fuori dai racconti di Edoardo. Depressa come la Macondo di Garcia Marquez: «Ho vissuto gli ultimi scampoli del Salento contadino, mio padre aveva trecentocinquanta coloni, ma non aveva gli atteggiamenti da patronato meridionale, anzi: era un uomo gentile, molto amato qui». Ma è anche il Sud che porta lontano, che spinge a conoscere e a girare il mondo, per poi, magari, tornare. Entrambi da qui si muovono e muovono idee. Così, mentre Francesco tornato dopo lunghi viaggi, ha riaperto e rilanciato Castel di Salve, insieme ad un altro Francesco («abbiamo unito competenza, terra e Una galleria di aristocratici eclettici, da sempre convinti che i veri titoli vadano conquistati con una solida formazione culturale le nostre diversità»), Edoardo con il suo cinema manda ovunque immagini di queste terre, come luogo privilegiato della memoria storica, delle storie dimenticate, delle lotte per l’affermazione dei diritti, ma anche del Sud che spinge, che significa luogo di sperimentazione narrativa e linguistica, incrocio di influenze proveniente da tutto il mondo delle arti. «Sono le storie che da ragazzino ascoltavo al bar - conclude Edoardo - quando gli uomini erano in Svizzera e i miei coetanei con le nonne qui. Avrei voluto scriverle e invece le trasformo e le faccio vivere». Sembra tutto fermo qui, ma così non è.

di ALESSANDRA BOCCHINO 

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