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Domenica 22 Ottobre 2017 | 02:52

Con i Perrone-Capano  il diritto mise radici  nella terra di Puglia

«Professionisti a Napoli, conduttori e agricoltori a Corato», così sintetizza Roberto la storia di questa famiglia pugliese nella nascita e nel cuore, raccontando anche di come il padre Giuseppe, noto avvocato, intorno ai sedici anni lo legò per sempre alla «terra rossa di Puglia» dicendogli: «O te ne occupi, o vendo tutto»
• Giuristi e agricoltori dal ‘700 a oggi tra Napoli, Corato e Trani
La finestra inquadra S. Martino e Castel S. Elmo aprendosi su una guache naturale, tanto ritratta nei secoli e per questo, ancora più bella e immutata nel tempo. Lo studio è come allora: arredo sobrio, stanze in fila lungo i corridoi, scale che conducono a quelli che erano antichi abbaini e che ora ospitano una nuova generazione di professionisti; su tutto, il fascino un po’ demodè di un mondo che si muoveva su forti passioni e con chissà quali utop ie. Siamo a Napoli, nello studio Perrone Capano, in piena piazza dei Martiri; Roberto, commercialista, cinquantenne, discendente del ramo napoletano del casato, racconta di come quei corridoi, abbiano costituito, in questi ultimi cinquant’anni, un ponte ideale con le terre di Corato, da secoli di proprietà della famiglia, di cui hanno seguito e segnato le vicende. 

«Professionisti a Napoli, conduttori e agricoltori a Corato», così sintetizza Roberto la storia di questa famiglia pugliese nella nascita e nel cuore, raccontando anche di come il padre Giuseppe, noto avvocato, intorno ai sedici anni lo legò per sempre alla «terra rossa di Puglia» dicendogli: «O te ne occupi, o vendo tutto». E così fu: da quella frase ad oggi un lungo percorso fatto di continui investimenti e innovazione, nella trasformazione di un prodotto, il vino che «durante la guerra e dopo, si vendeva sfuso ai francesi» ed è oggi un marchio di qualità che viaggia in Europa. 

Il racconto incrocia la Puglia dei primi del ‘900 con quella di oggi; rimanda a generazioni di padri, madri, figli e figlie che, in un clima non sempre favorevole, si sono spesi perché si radicasse un progetto di convivenza possibile, investendo nelle relazioni umane, nel rapporto con l’ambiente naturale, partendo dalla storia dei luoghi per moltiplicarne la forza. Roberto segue il filo della memoria e si muove tra la passione per il diritto e a quella per la terra. È lui l’attento e oculato motore di questa fase: «Mantengo l’asse in linea con le tradizioni familiari: ne rappresento l’anima conservatrice, mia sorella è titolare della cattedra di fisiologia dell’Università Federico II, a me è toccato in sorte il compito, per dirla alla Thomas Mann di “conservare”; il vero rivoluzionario in famiglia è stato Giuseppe, mio padre, che, forse come reazione alla atmosfera cupa della guerra, avviò una energica e costante opera di modernizzazione della sua terra, passando da una agricoltura vecchio stampo ad una agricoltura moderna». 

Iniziò con gli impianti nuovi, seguiti dalla meccanizzazione in cantina e non in vigna, fino allo scavo, trecento metri sotto terra «per portare l’acqua», senza fermarsi mai, insieme ad una squadra tutta locale. Aggiunge Roberto: «Oggi lavoro con i figli di quelli che erano i contadini che avevano affiancato mio padre; rappresentano una grande forza, un patrimonio di competenza sofisticata, che attualmente di dispiega dall’agronomia, all’enolo gia, all’informatica, fino alla gestione amministrativa». 

Questa è la storia fin qui. Una storia che inizia nel 1700, nella Puglia del latifondo e dei braccianti, con Carmine senior, il capostipite, seguito da Pasquale, uomo di grande spessore nel campo umanistico e giuridico. La sua villa a Trani divenne in breve tempo ritrovo dei più eminenti avvocati e magistrati e centro della vita culturale della città, già all’epoca prestigiosa sede giudiziaria. La Trani di allora, con la sua magnifica cattedrale protesa verso l’oriente, era sede della Corte di Appello regionale. Cataldo de Trombetta, descrive così l’atmosfera che in quegli anni dominava: «In qualunque tribunale di Puglia vi fermaste, da Lecce a Lucera, da Taranto a Bari, a Trani, vi trovavate, senz’altro, in cospetto di giganti, i quali vi stupivano per la formidabile robustezza della cultura giuridica e umanistica, l’incantevole lucidità e incandescenza dell’oratoria, la grande versatilità in tutte le branche del diritto e, infine, l’estrema finezza della loro arte di avvocati». Roberto velocemente si muove tra i personaggi della sua famiglia borghese, di tradizioni liberali, protagonista nella Trani dei primi del ‘900. Così «incontriamo» Attilio, che abitava con la moglie Rosa nel palazzo che fu sede del casato Sorìa, di fronte la villa comunale; dapprima penalista, divenne poi uno dei maggiori civilisti pugliesi, «un maestro». 

Sono preziose le immagini che ricordano la sua «bella, intelligente figura, la parola squillante», il suo ritorno a casa al termine degli studi, la scelta di esercitare la professione a Trani, «la città del diritto»; aperto ai fermenti ideali di una epoca in pieno sviluppo, si racconta che, animato da sentimenti patriottici, mutò il suo nome di battesimo, Carmine, in quello di Attilio, in onore dell’eroismo di uno dei fratelli Bandiera. Tra i processi penali, quello del bandito Nicola Morra, e quello per i fatti del primo maggio 1921 di Corato; quest’ultimo, ci porta improvvisamente nel cuore delle battaglie tra braccianti e proprietari terrieri, nella Puglia di Giuseppe Di Vittorio, «rivissuto» nel film tv Pane e Libertà e riscoperto dai giovanissimi. Nell’alternarsi di Attilio, Giuseppe, Raffaele, Roberto, la famiglia si è mossa da sempre nel triangolo Trani, Corato, Napoli. «È ancora così - continua Roberto -. Andare in Puglia era per noi quasi una avventura: ci si spostava in tanti per i mesi estivi, niente acqua corrente, niente luce, si seguivano i ritmi della campagna e della vita del paese, in un clima che era insieme spazio fisico e anche mentale». 

La nostra conversazione ricostruisce con tratti decisi la vita quotidiana e le atmosfere tipiche delle masserie pugliesi: una grande comunità familiare, ampia e accogliente, contigua a quella delle masserie confinanti: «l’immagine è quella di una campagna viva e piena di voci. Mi piace pensare che in qualche modo ritornerà». Oggi l’ingresso della Masseria S. Lucia, colpisce per l’imponenza delle botti, per la modernità della trasformazione, da terra ricca di promesse in dinamica azienda agricola. Il profumo del vino domina, l’attività è intensa. «Lavoro a ciclo continuo tra Corato e Napoli, i miei fine settimana sono dedicati alla terra». L’oggetto di tanta cura è il «Nero di Troia» in purezza, ogni annata è una sfida.” La bilancia oscilla tra il volere essere una Brianza del sud e l’anarchia che spesso caratterizza il Sud. 

«La Puglia è arrivata tardi ma è pronta per essere una delle regioni trainanti della forza vitivinicola italiana: non abbiamo il blasone del Piemonte e delle Toscana, né l’altezza sul livello del mare, né una storia imprenditoriale tanto radicata da esistere a prescindere; recuperiamo però, in potenza e intensità gustativa e nel rapporto qualità prezzo». Gioca contro, la mancanza di omogeneità e identità di prodotti e territorio. L’obiettivo è rendere più forte il marchio di questo territorio e insieme, più forti noi del Sud. Un Sud che non è un’entità indistinta, ma, l’insieme delle vite e della tenacia di tante persone. C’è tutto in questi racconti: l’assenza di strade, la mancanza di acqua, la ferrea volontà di competere e, come vedremo andando avanti in questo «viaggio» per famiglie, una visione così forte e resistente di cosa poter essere, che ancora oggi, dopo decenni di storia, nonostante tutto, non demorde. 

di ALESSANDRA BOCCHINO

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