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Sabato 21 Ottobre 2017 | 14:20

l'analisi

Reddito di cittadinanza
tra povertà e post-verità

reddito di cittadinanza

di FRANCO CHIARELLO

Nei giorni scorsi il governo finlandese di centro-destra ha varato in forma sperimentale una misura di reddito di base pari a 560 euro al mese destinato ai disoccupati, senza alcuna contropartita e senza che questi debbano fornire spiegazioni o giustificazioni sul modo in cui spenderanno questa somma. Si prevede che, nel giro di due anni, il provvedimento diventerà effettivamente universalistico, cioè esteso a tutti le persone che non hanno un lavoro.
In questi giorni anche in Italia si torna a parlare di una misura “universalistica” di sostegno al reddito. Sembrerebbe trattarsi di un reddito di inclusione (Rei) destinato alle famiglie (famiglie non persone!) in condizioni di povertà estrema. A questo fine, il governo pensa di mettere in campo qualcosa come 1,5 miliardi di euro per il 2017, a fronte di una platea di poveri “assoluti” composta da circa 1.6 milioni di famiglie, pari a circa 4.6 milioni di persone. Facendo due conti, ne consegue che, se l’assegno di inclusione fosse davvero destinato a tutti i poveri più indigenti, ciascuna famiglia avrebbe a disposizione 938 euro all’anno e ciascun individuo 326 euro sempre annui: rispettivamente 2,50 euro e 0,90 euro al giorno. Una vera cuccagna!

Si può azzardare l’ipotesi che perfino il ministro Poletti, uno che non si vergogna di niente, troverebbe indegno, o quantomeno inadeguato, un obolo di questa entità. Infatti, per mettersi al riparo da eventuali critiche il governo intende per così dire alzare la posta, prevedendo che ciascuna famiglia (famiglia non persona!) possa ricevere fino ad un massimo di ben 400 euro mensili. Così facendo, però, è chiaro che il numero dei potenziali beneficiari si restringe drasticamente. Infatti, sempre facendo dei calcoli a spanne, in questo caso i beneficiari si aggirerebbero intorno alle 300 mila unità (meno del 20 per cento delle famiglie e circa il 7 per cento delle persone più povere).

Per accedere a questo lauto premio è necessario però che una famiglia sia ridotta davvero allo stremo: tutti i componenti rigorosamente senza lavoro, un reddito annuo inferiore a 3 mila euro, priva di qualsiasi tipo di indennità o sussidio, malthusianamente prolifera, con un gran numero di frugoletti per casa, ma preferibilmente con un solo genitore, meglio incinta se donna. Disabili in famiglia aumentano il punteggio. E via peggiorando! Tuttavia, se una simile disgraziata famiglia ha tutti i requisiti richiesti, ma al contempo dispone di un’automobile o di uno scooter appena decenti, il bonus se lo può scordare. Insomma, se per accedere all’assegno in Finlandia basta e avanza il disagio di essere senza lavoro, da noi occorre essere perseguitati – non da soli, ma insieme a tutti i familiari - dalla scalogna più nera.

Queste sono le miserie del modello italiano di welfare. Qualcuno potrebbe dire: questo passa il convento e quindi meglio questo che niente! Ma, se è così, non ci si dovrebbe poi scandalizzare se a qualcuno vengono in mente pensieri – chiamateli pure populisti, tanto non vuol dir nulla – come quelli che arroventano prepotentemente i polpastrelli di chi scrive: per salvare il Monte dei Paschi di Siena il governo ha reperito 20 miliardi di euro in un batter di ciglia, mentre non riesce a trovare - e quasi certamente mai troverà - le risorse necessarie (minimo 7 miliardi l’anno) per varare misure decenti contro la povertà
Con i provvedimenti di cui si sta discutendo negli ambienti governativi si può anche tenere alta l’asticella della sopportazione, ma certo non si allevia la disperazione sociale. E non è accettabile che dal governo si tenti di spacciare una penosa elemosina per sostegno universalistico e per reddito di inclusione (alle nostre latitudini, Emiliano giunge a proclamarlo addirittura reddito di dignità!). Le parole dovrebbero avere ancora un senso. O è questa la post-verità che va tanto di moda?

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