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Lunedì 23 Ottobre 2017 | 13:49

Petrolio alle stelle: 64 dollari al barile

Nel primo giorno di scambi dopo la decisione degli Usa di chiudere le sedi diplomatiche in Arabia Saudita a causa del rischio attentati i prezzi del greggio segnano un nuovo record sul mercato statunitense
NEW YORK - Il rischio terrorismo "incendia" i prezzi del petrolio sui mercati internazionali: nel primo giorno di scambi dopo la decisione degli Usa di chiudere le sedi diplomatiche in Arabia Saudita per due giorni a causa del rischio attentati il barile di greggio ha stabilito oggi un nuovo record sul mercato statunitense, toccando al Nymex di New York quota 64 dollari, dopo aver infranto già nelle prime ore di contrattazione una serie di primati. Ma è stato attorno alle 12.30 (ora di New York) che il future sul greggio consegna Settembre ha stabilito un massimo senza precedenti, toccando per pochi attimi la valutazione di 64,00 dollari, salvo poi arretrare progressivamente nelle successive ore di contrattazione, mantenendosi comunque stabilmente sopra quota 63,65 dollari al barile.
L'andamento odierno, in fondo, non è altro che la prosecuzione del trend inaugurato dei mercati petroliferi nella scorsa settimana, intervallo nel quale, per la prima volta, il greggio ha costantemente chiuso oltre quota 60 dollari al barile, con un prezzo massimo di 62,50 stabilito mercoledì. Sempre la scorsa settimana, il Brent, ossia il greggio di riferimento europeo scambiato a Londra, ha superato i 61 dollari al barile, nuovo record storico dall'introduzione nel 1988. Gli analisti statunitensi non dubitano sulla genesi del trend rialzista, collegato alla decisione di chiudere oggi e domani l'ambasciata americana a Riad per rinnovate e concrete minacce di attentati. «I rialzi del prezzo del petrolio -spiega Tim Evans di Ifr Markets- sono legati all'innalzamento dello stato di allerta in Medio Oriente. Un contesto -prosegue Evans- che offre al mercato l'opportunità di toccare nuove vette nel breve periodo, anche se gli elevati livelli produttivi potrebbero controbilanciare l'attuale trend».
Dello stesso avviso James Williams, economista di Wtrg Economics, che specifica meglio la portata del "rischio" Arabia Saudita. «La forte minaccia di attentati ricorda al mercato che il principale produttore mondiale di greggio potrebbe essere nella lista dei prossimi attacchi». Il Paese mediorientale, al di là delle rassicurazioni ufficiali, preoccupa i mercati per i timori di instabilità nella delicata fase di transizione dopo la morte del re Fahd. Un decesso che ha già contribuito, la scorsa settimana, a far schizzare i prezzi del greggio stabilmente sopra quota 60 dollari.
Il clima di tensione in Arabia Saudita, inaugurato domenica dalla decisione degli Stati Uniti di tenere chiuse oggi e domani le proprie missioni diplomatiche a Riad e Geddain, ha ricevuto conferme ufficiali dall'allarme lanciato oggi dai ministeri degli Esteri di Australia e Gran Bretagna. «Abbiamo ricevuto -si legge sul sito del ministero degli Esteri di Canberra, che consiglia ai cittadini australiani di evitare viaggi nel regno saudita- notizie credibili su possibili attacchi organizzati dai terroristi in Arabia».
Un altro fronte caldo e che si presta a influenzare i prezzi petroliferi è quello iraniano, come rileva John Kilduff, analista di Fimat Usa. «La ripresa delle attività nucleari di Teheran -spiega- rafforza i prezzi del petrolio». A preoccupare è soprattutto la possibilità che il fallimento dei negoziati tra Europa e Iran sulla riattivazione delle centrali nucleari venga portata davanti al Consiglio di sicurezza dell'Onu, con il conseguente rischio di embargo nei confronti di Teheran. «La capacità produttiva mondiale -conclude Kilduff- non è in grado di fare a meno del greggio iraniano e per tale ragione è improbabile che la misura punitiva venga realmente presa in considerazione». La tensione, tuttavia, resta permanente e il mercato dimostra di temere non poco l'embargo all'Iran.

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