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Commercio solidale, botteghe eque in crescita

Quasi 500 punti vendita una sponda importantissima per le piccole comunità nel Sud del mondo, alle quali garantiscono accesso al mercato per i loro prodotti, accesso al credito, sviluppo locale e servizi. Una crescita accompagnata per i paesi più poveri
aiuti a bambini poveri ROMA - Alla fine del 2004 erano 347, ma si arriva ad oltre 500 se si considerano le organizzazioni che ne gestiscono più di una o reti. Sono le «botteghè del commercio Equo e solidale», un settore che, in Italia, nonostante i suoi 20 anni, è ancora in evoluzione. Una realtà che cresce piano ma costantemente, con associazioni che rimangono di dimensioni medie ma gemmano gruppi che si inseriscono capillarmente sul territorio, garantendo un forte radicamento alla base associativa e sviluppo nella dimensione locale.
Ma il commercio equo si conferma, alla prova dei dati, soprattutto una sponda importantissima per le piccole comunità nel Sud del mondo, alle quali garantiscono accesso al mercato per i loro prodotti, accesso al credito, surrogano l'intervento statale per finanziamenti, sviluppo locale e servizi, ma assicurano anche uno scambio di competenze costante. Sono queste alcune delle prime anticipazioni della nuova ricerca «Il commercio equo e solidale: analisi e valutazione di un nuovo modello di cooperazione internazionale», curata dal Centro di Ricerche sulla Cooperazione dell'Università Cattolica di Milano e dal Dipartimento di Economia Politica dell'Università di Milano Bicocca.

Dalla prima fase della ricerca, conclusasi nei giorni scorsi, i ricercatori hanno tratto alcuni interessanti dati conoscitivi sulla rete delle 'botteghe del mondò, i punti vendita del commercio equo e solidale. Alla fine del 2004 in Italia erano 347, ma si arriva a quasi 500 punti vendita considerando quelle organizzazioni che ne gestiscono più di uno o reti. Il ruolo sociale delle botteghe si conferma molto rilevante: sono 543 le persone giuridiche socie delle botteghe del mondo in Italia, ma le persone fisiche che aderiscono al progetto sono oltre 58mila 300.

Prima del 1990 le organizzazioni che gestivano botteghe erano 29, il picco di nuove costituzioni è stato raggiunto dopo il 2000, anni nei quali si sono costituite 192 nuove realtà, il 55% del totale. Il 52% di esse giuridicamente è un'associazione, il 24% una cooperativa, il 16% una cooperativa sociale, configurando il commercio equo come una realtà non profit sotto tutti gli aspetti, compreso quello dei bilanci.
I costi affrontati superano infatti di circa 121mila euro gli oltre 54milioni di euro di ricavi che le botteghe hanno dichiarato nell'anno di rilevamento.

Oltre alle attività di vendita, il core business delle botteghe, esse risultano fortemente impegnate nell'informazione e l'educazione allo sviluppo dei cittadini, la formazione, la promozione di progetti di cooperazione e il sostegno alle attività delle ong del territorio. La vendita al dettaglio dei prodotti del Sud del mondo rappresenta l'86% dei ricavi delle botteghe ma impegna ben l'82,9% dei costi. Il margine positivo che si registra in questa voce di bilancio va tutto nell'attività di sensibilizzazione che non dà utili e rappresenta oltre il 5% dei costi sostenuti dalle botteghe.

Le botteghe, con i loro oltre 54 milioni di euro, assicurano dunque la maggiore percentuale del fatturato, perchè attraverso la distribuzione tradizionale e i supermercati, in tutto 5100 punti vendita, vengono venduti prodotti equosolidali per 46 milioni e 800mila euro. Altri 3 milioni 300mila euro di prodotti equosolidali raggiungono i consumatori italiani attraverso i canali della ristorazione, delle mense aziendali e pubbliche.

Per i produttori del Sud del mondo il commercio equo garantisce uno scudo dall'oscillazione dei prezzi di mercato, ma anche un modello di crescita accompagnata, di assistenza tecnica e di crescita territoriale che si auto-sostiene senza supporto pubblico. Gli studiosi procederanno nei prossimi mesi ad approfondire e quantificare questo impatto positivo, approfondendo le principali filiere del fair trade a partire dai casi studio delle banane e del caffè.

La ricerca, che dovrebbe essere ultimata entro la fine del 2005, quantificherà la dimensione economica del commercio equo italiano, disegnerà la struttura di alcune filiere significative, l'impatto sui produttori e alcuni suggerimenti su un possibile trattamento legislativo premiante per il settore. L'analisi, sottolinea la presidente di Agices Grazia Rita Pignatelli «dovrà intrecciare il percorso di confronto e di proposta che, dal basso, le organizzazioni di commercio equo italiano rappresentate in Agices, l'associazione italiana delle botteghe del mondo Assobotteghe e il consorzio TransFair stanno elaborando insieme. Ogni iniziativa legislativa non è neutra ed è importante che le organizzazioni valutino direttamente quali siano le misure che ritengano urgenti e coerenti con la propria mission».

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