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Convocate parti sociali su Tfr

La riunione organizzata per giovedì 9 giugno dal ministro del Welfare, Maroni: «il 90% del lavoro per far partire la previdenza integrativa è fatto»
Roberto Maroni ROMA - Potrebbe essere la prossima, la settimana decisiva per la riforma del Tfr e l'avvio della previdenza integrativa. Il Ministro del Welfare, Roberto Maroni, infatti, ha infatti convocato per giovedi 9 le parti sociali. «Dirò loro che il decreto è pronto. Lo porto al cdm per la prima preliminare decisione poi aprirò il confronto con le parti sociali articolo per articolo», ha detto assicurando che «quasi tutti i problemi sono risolti» e che «il 90% del lavoro è fatto». Una convocazione, quella di Maroni, che ha messo in allarme i sindacati. Cgil, Cisl e Uil temono, infatti, un confronto a tappe forzate sul decreto con il rischio che, in mancanza di chiarezza sull'utilizzo del silenzio assenso, il Tfr non venga smobilizzato dai lavoratori e la previdenza integrativa si trasformi in un gigantesco flop. Serve al contrario, dicono ad una sola voce i sindacati, un «testo condiviso» che dia serenità e garanzia ai lavoratori.

E i tempi cominciano a diventare stretti: l'emendamento anti-Covip prima, che ha sparigliato le carte del Welfare sull'autorità unica di controllo della governance, e la crisi di governo poi, hanno di fatto rallentato un percorso da concludere entro l'ottobre prossimo, data di scadenza della delega sulla riforma del Tfr. Ma questa accelerazione, dopo la pausa di riflessione che va avanti dal marzo scorso, dall'ultimo incontro con le parti sociali, decisa dal Welfare per lavorare al testo, non piace ai sindacati.

«Se l'intenzione di Maroni, dopo il tempo perso, è quella di bruciare le tappe sul decreto attuativo e comprimere i tempi di confronto, sbaglia», ammonisce il segretario confederale della Cgil, Morena Piccinini. «Il confronto con i sindacati non c'è mai stato. Siamo ancora in attesa delle risposte a quell'avviso comune steso con gli industriali per una riforma del Tfr condivisa da datori di lavoro e lavoratori», spiega ancora ricordando come nell'ultimo incontro con il governo, il 16 marzo scorso, i sindacati avessero bocciato le linee guida indicate dal decreto attuativo e come tutti gli ostacoli sulla strada del Welfare non appaiono, in questi due mesi di sospensione, rimossi, fatta eccezione per la crisi di governo.

«Il ruolo unico della Covip non è stato ripristinato visto che l'emendamento del governo è ancora lì, non votato. perchè ci dovremmo fidare?». La realtà, per la Cgil, è che la riforma del Tfr non può essere esposta ad incertezze o ad ambiguità di nessun tipo. «E invece il modo in cui è stata gestita fino ad oggi la partita genera proprio questi dubbi. Serve invece un testo condiviso per non generare un risultato opposto a quello che si vorrebbe raggiungere», conclude Piccinini. In sintonia anche la Cisl. «Ormai il ritardo c'è ed è grave ma meglio due mesi in più di discussione che un testo pasticciato e non condiviso per la la fretta di chiudere la partita», dice Piar Paolo Baretta, segretario confederale.

Per la Cisl infatti, «certezza e trasparenza» sono le parole chiave attorno a cui deve girare l'intera riforma della previdenza integrativa. «C'è bisogno di una data certa sui tempi di avvio del silenzio assenso per dar modo al lavoratore di organizzarsi, di una campagna capillare per informarlo su tutte le opzioni possibili sia se taccia sia se dà l'assenso allo smobilizzo del suo tfr», prosegue Baretta. Oltre alla priorità da assegnare ai fondi contrattuali e ai fondi collettivi».

Anche la Uil attende di verificare se il Welfare ha recepito l'avviso comune con gli industriali, unico segnale, questo, di una volontà esplicita del governo di voler arrivare davvero ad un testo condiviso. «Speriamo che questo sia l'ultimo annuncio di convocazione prima di quella vera», ironizza il segretario generale aggiunto della Uil, Adriano Musi ricordando altri falsi allarmi. «Il problema è sul merito, capire se e quanto il testo raccolga i contenuti dell'avviso comune, dalla governance alle procedure sul silenzio assenso, dalle priorità sui fondi negoziali alla portabiltà del contributo aziendale», aggiunge. «Altrimenti il fallimento è dietro l'angolo, senza garanzia tutto diventa privo di senso», conclude.

IN CASO SILENZIO ASSENSO TFR A FONDI CHIUSI
Se il lavoratore non indicherà entro sei mesi dall'entrata in vigore del decreto sulla previdenza integrativa a quale fondo conferire il proprio Tfr questo andrà al fondo contrattuale «salvo sia intervenuto un accordo aziendale». E' quanto prevede la bozza di decreto di attuazione della parte di delega di riforma del sistema previdenziale sulla previdenza integrativa che sarà presentata giovedì 9 da Maroni alle parti sociali.
La bozza prevede per il conferimento del Tfr ai fondi «modalità esplicite» (una forma di previdenza prescelta dal lavoratore) e modalità «tacite». Nel caso in cui il lavoratore nei sei mesi previsti non esprima alcuna volontà alla scadenze del periodo - si legge nella bozza più recente - «il datore di lavoro trasferisce il Tfr maturando dei propri dipendenti alla forma pensionistica collettiva prevista dagli accordi o contratti collettivi salvo sia intervenuto un accordo aziendale». In caso di mancanza di un fondo negoziale e di accordo tra azienda e rappresentanze dei lavoratori il Tfr sarà trasferito al fondo che sarà costituito presso l'Inps.

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