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Metalmeccanici in piazza

In Basilicata lo sciopero durerà otto ore (e non quattro come in altre regioni) • Molto alta l'adesione a livello nazionale • La mappa dei posti persi in Italia
POTENZA - In Basilicata durerà otto ore (e non quattro come nelle altre regioni) lo sciopero dei metalmeccanici, che hanno deciso di prolungare la protesta dopo la morte di un operaio di 40 anni, Giuseppe Liuzzi, nella Siderpotenza (Gruppo Pittini), martedì scorso.
Stamani rappresentanti sindacali e lavoratori si sono radunati proprio davanti allo stabilimento siderurgico potentino, ma la maggior parte dei dipendenti della fabbrica hanno scelto di partecipare ai funerali di Liuzzi, in provincia di Matera.
Secondo i sindacati, «l'adesione totale allo sciopero è stata dell' 80 per cento», mentre alla Fiat di San Nicola di Melfi (Matera) «sta lavorando solo il 50 per cento degli addetti», ha detto il segretario regionale della Fiom, Giuseppe Cillis. Secondo i dati della Fiat, invece, a Melfi l'adesione è stata del 15 per cento sul turno cominciato stamani.
Alla manifestazione di Potenza ha preso parte anche Lello Raffo della Fiom-Settore Auto: «Sono qui - ha detto ai giornalisti - perché la morte di questo lavoratore è il simbolo del declino industriale, contro cui oggi noi protestiamo e che porta alla sottovalutazione della vita umana».

Il ricordo di Giuseppe Liuzzi, l'operaio morto martedì sera alla SiderPotenza e la crisi del comparto metalmeccanico e della Fiat, sono stati i temi al centro degli interventi dei sindacalisti.
«In Basilicata - ha commentato il segretario regionale della Basilicata della Fiom-Cgil, Giuseppe Cillis - scioperiamo per quattro ore più, perchè Giuseppe Liuzzi è morto sul posto di lavoro, un luogo in cui ognuno dovrebbe trovare libertà e riscatto e dove invece si trova ancora la morte».
Secondo il segretario regionale della Uilm-Uil, Vincenzo Tortorelli, «il mondo del lavoro lucano ha pagato un tributo di sangue inaccettabile. Sono anni - ha aggiunto - che chiediamo alla Pittini di risolvere il problema della sicurezza sugli impianti alla SiderPotenza, ma puntualmento rimaniamo inascoltati».

Alle 17.30 i sindacalisti, insieme alla direzione aziendale della SiderPotenza, parteciperanno a un incontro con il Prefetto di Potenza, Luciano Mauriello. «Porremo due questioni - hanno annunciato i dirigenti sindacali -: innanzitutto sensibilizzeremo il Prefetto affinché imponga alle aziende di rispettare la legge '626', sulla sicurezza sul lavoro. Chiederemo, inoltre, di sensibilizzare il Governo e le regioni a predisporre investimenti per rendere applicabile dovunque la 626».
Stamani, inoltre, i lavoratori hanno protestato contro le aziende che «in Basilicata fanno registrare una mancanza di investimenti». «Dopo l' avvento della Fiat - ha spiegato Cillis - il governo del settore industriale sta passando nelle mani di multinazionali che in questa regione vogliono sfruttare solo gli investimenti e la forza-lavoro, con il rischio di delocalizzare in seguito le proprie produzioni. Chediamo al Governo - ha detto - di mettere in campo adeguate politiche industriali che puntino anche all' innovazione e alla ricerca». I sindacati si sono detti preoccupati anche per la situazione della Fiat. «In tutta Italia e, quindi, anche in Basilicata, con lo stabilimento di San Nicola di Melfi (Potenza), siamo molto preoccupati - ha detto Lello Raffo della segreteria nazionale della Fiom - perché non sappiamo quali siano le prospettive per l'industria dell'auto. La Fiat non utilizza i soldi provenienti dalla varie vendite per investire nella struttura industriale, bensì per farne investimenti finanziari, così come ha fatto la famiglia Agnelli per diventare prima azionista della San Paolo».
Secondo Cillis, «nessuno deve pensare che la Fiat di Melfi possa salvarsi da sola. In Italia bisogna salvare il settore auto. La crisi deve essere risolta anche con l' intervento pubblico».
Sulla stessa linea di pensiero Pietro Rubino della Fim-Cisl della Basilicata. «Siamo preoccupati - ha osservato - anche perché l'80 per cento delle aziende del potentino lavorano per la Fiat. Siamo di fronte a una mono-cultura molto rischiosa. La crisi dell' auto, infatti, si ripercuote a cascata e - ha concluso - rischia di azzerare l' intero tessuto industriale della nostra provincia».

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