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«Per arginare la crisi le Pmi devono crescere»

A Bari, al convegno biennale di Piccola Industria - Confindustria, è stata tracciata la rotta che porterà le aziende fuori dalle secche della scarsa produttività: nel mercato globale, le piccole devono crescere di numero e di taglia. Lo Stato? Deve fare la sua parte, fino in fondo
BARI - «Pochi anni fa, all'epoca di Bill Clinton, gli Usa studiavano il fenomeno Italia che non creava grandi imprese ma grandi strutture a rete, composte da piccole e medie imprese (Pmi). Si diceva "piccolo è bello". Ora siamo passati a celebrare i disastri e in brevissimo tempo, siamo al "piccolo è brutto"». È dell'economista Cristiano Antonelli la, cruda, analisi sintetica di "passato" e "presente" della piccola industria italiana. Gli imprenditori lo sanno bene ed è con una posizione mentale che potrebbe essere definita delle "maniche rimboccate", che sono giunti a Bari, da tutta Italia, per il convegno biennale di Piccola Industria - Confindustria.

Nella grande sala conferenze della Fiera del Levante il primo a prendere la parola è stato il sindaco del capoluogo pugliese. Michele Emiliano ha tradotto la realtà della città («la più grande area metropolitana Euro-Adriatica») in "imprenditoriese". Così ha detto che Bari: «sta per dotarsi del primo piano strategico metropolitano del Sud Italia». Che la città punta a interconnettersi con le altre realtà metropolitane del Sud. Che nell'ex-frazione di Carbonara e al quartier San Paolo arriveranno milioni di euro (misura 5.1 Por) che si trasformeranno in infrastrutture. Che le aree in cui sorgono l'"ecomostro" di Punta Perotti e l'area ex-Fibronit diverranno parchi. E, infine, che - non appena sarà abbattuto l'"ecomostro" - assieme al Comune e alle imprese nascerà una «società di trasformazione urbana che cambierà il water-front della città al fine di integrare cultura, turismo, Tlc». Come dire: investire a Bari è una idea vincente.

Il presidente dell'Assindustria del capoluogo pugliese, Nicola De Bartolomeo, ha detto chiaro ai suoi colleghi che «questo è il momento del cambiamento», che «se in una azienda è possibile passare la mano, bisogna far largo ai giovani», e che «sì, cambiare è difficile ma è una grande opportunità». Eppoi - ha concluso - «se dobbiamo cambiare noi imprenditori, deve cambiare la società, a cominciare dai politici. Ci vuole un patto perché insieme si possano orientare le strategie per governare questa trasformazione».

Il presidente di Piccola Industria, Sandro Salmoiraghi ha iniziato il suo intervento «abbracciando i colleghi imprenditori meridionali perché fare impresa al Sud richiede più coraggio e più impegno». Ha anche spiegato come è cambiato il panorama economico-sociale, dalla crescita di Paesi come l'India, alla tecnologia. Però «la globalizzazione - ha detto - comporta un aumento delle difficoltà» per le piccole industrie ma queste «per non diventare marginali devono crescere». E siccome «nel breve periodo, la crescita può far diminuire la redditività, il Paese dovrà esserci vicino». Ha poi tracciato la "rotta": «il consiglio è "avere come priorità la competizione sui costi non basta, bisogna migliorare i prodotti buoni che già facciamo, implementandoli con nuova tecnologia"». Salmoiraghi - che ha anche ricordato il prof. Marco Biagi ucciso dalle Brigate Rosse - ha anche passato in rassegna i fattori critici («la scuola per troppi anni ha abolito la meritocrazia» e «il federalismo spesso è una ulteriore complicazione delle regole»), per concludere invitando gli industriali «a crescere in numero ma anche in "taglia". Rimbocchiamoci le maniche, è il momento di investire».

Il sociologo Arnaldo Bagnasco e l'economista Cristiano Antonelli hanno commentato i risultati di una indagine condotta da Confindustria su novantadue Pmi d'eccellenza tra cui spiccano anche dodici aziende pugliesi (Chimica d'Agostino, Cp Italia, CTMeridionali, Elettronika, Icam, Ias, Masmec, Mer Mec, Natuzzi, Officine De Riccardis, Romano Confezioni, Lasim).

Sul fronte sindacale, l'unico rappresentante delle parti sociali invitato a parlare è stato il segretario generale della Cisl. Savino Pezzotta ha tenuto a chiarire che «il primo nemico della piccola impresa è il lavoro nero, il sommerso». Poi - quasi a mò di monito agli imprenditori - ha fatto notare che i "lavoratori flessibili" sarebbero spinti a «richiedere l'introduzione di rigidità (contrattuali; Ndr) anacronistiche» perché «la legge Biagi è una incompiuta in quanto manca uno statuto che tuteli il lavoratore».

Nella sua posizione di presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet ha fatto un'analisi macroecnomomica ed euro-centrata, senza però rinunciare a dare una "strigliata" ai governi nazionali. «La stabilità monetaria è un contesto economico più aperto, efficiente e concorrenziale - ha detto Trichet - richiedono importanti iniziative complementari da parte dei responsabili delle politiche economiche nazionali. Mi riferisco al bisogno urgente di completare il processo di attuazione delle riforme strutturali, principalmente nei mercati del lavoro, dei beni e servizi e dei capitali».

Gli ha fatto eco l'ex presidente della Commissione Ue, Romano Prodi. Il leader del Centrosinistra ha dovuto ammettere che l'Italia è in piena crisi della competitività («In un contesto europeo, soprattutto continentale, di bassa crescita, l'economia italiana da oltre un decennio si attesta su tassi di crescita medi dell'1,5 per cento, contro il 2,1 della media dei quindici Paesi dell'Ue»). Però ci ha tenuto a rivendicare la leadership del nostro Paese. «Siamo un grande Paese; non possiamo essere relegati nel ruolo economico di riserva», ha detto il presidente dell'Unione. La sua "ricetta" per aumentare la produttività è data dal binomio tecnologia e formazione («servono misure incentrate sul rinnovamento tecnologico e sulla riqualificazione della mano d'opera»), investimenti in infrastrutture, meno tasse («il primo passo è una riduzione del carico fiscale e contributivo; la ricetta di un fisco che punti allo sviluppo non può essere quella di ridurre le tasse ai cittadini a più alto reddito. Ciò che serve è invece l'intervento sul costo del lavoro»), meno burocrazia, meno costi di produzione (come il costo dell'energia) e un sistema del credito che non lasci scoperto quel «pezzo decisivo del sistema, tradizionalmente coperto dalle piccole banche».
Quanto a ciò che è stato fatto finora, Prodi non ha dubbi: «Nulla, a questo riguardo è stato fatto, con il provvedimento sulla competitività».
Marisa Ingrosso

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