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Petrolio oltre 53 dollari a barile

E' bastato un blocco di un paio di giorni delle importazioni in un impianto della Louisiana per far riprendere la marcia al greggio americano, che dopo una giornata di tregua è volato in chiusura al nuovo record di 53,37 dollari al barile
ROMA - L'allarme per l'offerta mondiale di petrolio continua a mettere le ali ai prezzi. E' bastato un blocco di un paio di giorni delle importazioni in un impianto della Louisiana per far riprendere la marcia al greggio americano, che dopo una giornata di tregua è volato in chiusura al nuovo record di 53,37 dollari al barile. Senza contare che si profila una nuova incognita Nigeria, dove da lunedì comincerà uno sciopero generale che rischia di mettere in ginocchio la produzione di uno dei principali produttori mondiali.
Dopo l'ennesimo massimo storico di ieri, quando ha sfondato i 53 dollari, la marcia del greggio sembrava oggi essersi fermata, anche se le quotazioni hanno viaggiato per tutto il giorno intorno a quota 52 dollari. A New York, dopo aver aperto a 52,62 dollari, il prezzo è però schizzato, a pochi minuti dalla chiusura, a 53,25 dollari, per chiudere poi con il nuovo record di 53,37. Tesa anche la situazione a Londra, dove il Brent ha preso la rincorsa stabilendo negli scambi after hours un nuovo primato a 49,65 dollari al barile, a un passo dai fatidici 50 dollari. Record stracciato, infine, anche dal petrolio Opec, che ha sfondato la soglia dei 45 dollari arrivando a 45,08.
A far impennare i prezzi è stata oggi la tempesta di pioggia e vento che ha colpito il Golfo del Messico e che ha imposto lo stop a una delle piattaforme offshore per l'importazione di greggio. Il terminal, attraverso il quale passano ogni giorno 1 milione di barili di petrolio, pari al 10% dell'import Usa, ha chiuso i battenti alla 5 del mattino e rimarrà inattivo per un paio di giorni. Una previsione nefasta per gli analisti, secondo cui il mercato non può permettersi di perdere neanche una goccia di greggio, in una fase in cui la distanza tra domanda e offerta è ridotta all'osso. La produzione degli impianti del Golfo danneggiati dall'uragano Ivan, infatti, è ancora di 475mila barili inferiore alla norma e passeranno molte settimane prima che torni a pieno regime.
Ma lo scenario è reso ancora più incerto dall'incognita Nigeria. Nel Paese africano, tra i primi produttori di petrolio al mondo con 2,5 milioni di barili al giorno, partirà lunedì uno sciopero generale di quattro giorni contro, ironia della sorte, i rialzi dei prezzi dei carburanti. Nonostante le rassicurazioni di alcuni esponenti sindacali, l'agitazione potrebbe portare problemi reali alla produzione di greggio e quindi ulteriori difficoltà a una offerta che non riesce a stare dietro alla domanda, proveniente soprattutto da Cina e India. Senza contare che in Nigeria non è ancora risolto lo scontro con i ribelli del Delta del Niger. Un contesto nel quale non sembra azzardato, a giudizio degli analisti, prevedere un'ulteriore impennata dei prezzi anche fino a 60 dollari. «La situazione - a giudizio del presidente dell'Associazione italiana economisti dell'energia Edgardo Curcio - è abbastanza preoccupante. Perchè rispetto alle vecchie crisi petrolifere, determinate soprattutto da fattori di natura politica, in questo caso c'è il problema della scarsità dell'offerta. I Paesi produttori hanno già raschiato il fondo del barile, non possono fare di più: quindi basta un uragano o un attentato per creare uno squilibrio e quindi un aumento dei prezzi».

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