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Venerdì 20 Aprile 2018 | 11:07

Petrolio oltre quota 51 dollari

Il greggio americano è arrivato fino a un picco di 51,15 dollari il barile con un rialzo sulla giornata di 1,24 dollari. A Londra mai così caro: 47,15 dollari
Campo di petrolio ROMA - Il greggio americano è arrivato fino a un picco di 51,15 dollari il barile con un rialzo sulla giornata di 1,24 dollari. Anche il Brent a Londra ha fatto registrare nuovi massimi dall'inizio delle contrattazioni nel 1980 salendo a 47,15 dollari il barile con un rialzo di quasi il 2%. Alla base del nuovo "rally" dei prezzi le incertezze del mercato sull'approvvigionamento dell'area del Golfo del Messico dove circa il 30% della produzione, pari a 480.000 barili al giorno sono rimasti bloccati per tre settimane a causa dell'uragano Ivan. Domani saranno importanti i dati sulle scorte americane per vedere come gli Usa si stanno avvicinando all'inverno.
Il prezzo del petrolio si avvicina alla quota record di 51 dollari proprio mentre i paesi Opec stanno pompando greggio ai massimi delle proprie capacità produttive.
A settembre l'output dell'Opec è in aumento di 690 mila barili a 30,15 milioni di barili al giorno, il livello più alto dalla fine del 1979. Secondo fonti vicine al cartello inoltre il mese scorso, sarebbe stato l'Iraq a registrare il più forte aumento produttivo raggiungendo 2,26 milioni di barili, con un aumento di 510 mila barili.
Attualmente i paesi Opec riforniscono circa metà del petrolio che affluisce sui mercati. A destare preoccupazione è sempre la Nigeria, non solo per gli scontri nella zona del delta, ma anche per il vecchio sistema di raffinazione, che ha ad agosto ha costretto il paese africano a ridurre da 2,5 a 2,25 milioni di barili al giorno la sua capacità produttiva.
Anche il livello delle scorte Usa, proprio alla vigilia dell'inverno, risente degli effetti dell'uragano Ivan ed è in calo del 4% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. La corsa dei prezzi non è stata fermata in giornata nenahce dalla rassicurazioni arrivate dal cartello dei produttori che continuano a ribadire di essere pronti, in occasione della prossima riunione di dicembre al Cairo, di aumentare il gettito dei rubinetti di 1,5 milioni di barili al giorno. Una situazione che ha nuovamente evocato l'allarme dei paesi dipendenti dal greggio. Oggi è scesa in campo la Commissione europea.

«I rincari si manterranno alti nei prossimi mesi, e faranno crescere l'inflazione»
I prezzi del petrolio «rimarranno probabilmente alti nei prossimi mesi» e il loro impatto è già evidente nelle più recenti statistiche sui prezzi alla produzione. Lo ha dichiarato Klaus Regling, capo della direzione generale per gli affari economici e finanziari della Commissione europea, commentando il terzo rapporto trimestrale della commissione sull'economia di Eurolandia. Secondo l'economista un aumento di 10 dollari del prezzo del barile provocherà, nell'arco di due anni, un impatto sulla crescita europea pari allo 0,75% e si tradurrà in un aumento dell'inflazione dello 0,6%.
Regling ha dichiarato che sebbene «negativo» l'impatto del caro petrolio «non è drammatico» e ha sottolineato che la dipendenza del Vecchio Continente dall'oro nero è praticamente dimezzata rispetto agli anni Settanta e Ottanta. Anche rispetto agli Stati Uniti la dipendenza europea dal petrolio è inferiore per il 20% circa, ha concluso l'economista.

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