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Il lavoro come in un «buco nero»

Il Sud guida la classifica delle percentuali più alti di lavoratori sommersi (il 30% del totale in Calabria), ma si nota una lieve inversione di tendenza dal 2001 • Lavoratore a nero cade da impalcatura e viene buttato per strada a morire • Un altro caso ad Assisi, ma questa volta a lieto fine
ROMA - Nel 2002 il valore aggiunto prodotto nell'area del sommerso è compreso tra un minimo del 15,1% del Pil, pari a circa 190 miliardi di euro, e un massimo del 16,2%, pari a 204 miliardi. Nel 1992 la percentuale minima era pari al 12,9% del Pil e la massima al 15,8% (rispettivamente a circa 101 e a 124 miliardi). E' quanto rileva l'Istat.
Per sommerso economico si intende l'attività di produzione di beni e servizi che pur essendo legale, sfugge all'osservazione diretta in quanto connessa al fenomeno della frode fiscale e contributiva. Nel 2002, il valore aggiunto sommerso è pari al 36,9% del valore aggiunto totale del settore agricolo e a circa il 9% di quello del settore industriale; nel terziario, invece, l'incidenza del valore aggiunto sommerso va da un minimo del 17,4% a un massimo del 19,2%.

Ma qualcosa sta cambiando: negli ultimi anni le percentuali di lavoro nero sono diminuite dal 15,1% del 2001 a 14,2% del 2002
La tendenza alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, in termini di orario, durata e attivazione di nuove forme di contratti, ha «contribuito sensibilmente ad accrescere, nel periodo considerato, il livello dell'occupazione regolare. Le nuove forme di flessibilità, unitamente ad azioni specifiche di contrasto all'impiego di lavoratori senza contratto - afferma l'Istat - hanno inoltre frenati l'aumento del lavoro sommerso».

I settori maggiormente coinvolti dall'irregolarità del lavoro sono quelli dove il carattere frammentario e stagionale dell'attività produttiva, che consente l'impiego di lavoratori stranieri non residenti e non regolarizzati: le costruzioni (che passano dal 14,2% al 13,9%) e soprattutto l'agricoltura, dove un'unità di lavoro su tre (33,7%) non è regolare. Al netto del settore agricolo, oltre tutto, il tasso di irregolarità per l'intera economia sarebbe di un punto percentuale più basso.
L'industria in senso stretto, invece, non sembra utilizzare in modo consistente personale irregolare: nel 2002 il tasso di irregolarità è pari al 5,5% rispetto al 5,7% del 1992. Nei servizi, infine, il fenomeno è maggiormente diffuso nel comparto del commercio, degli alberghi, dei pubblici esercizi e dei trasporti.
L'istituto di statistica, infine, traccia anche un quadro del lavoro sommerso nelle varie parti d'Italia, mettendo in evidenza che il fenomeno è più intenso nel Mezzogiorno, con una percentuale del 23,1% sul totale, contro il 9,5% del Nord-Ovest, il 10,3% del Nord-est e il 13,3% del Centro. In tutte le regioni del Mezzogiorno, a eccezione della Sardegna, il tasso di irregolarità supera il 20%, raggiungendo il livello più elevato in Calabria (30%).

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