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Finanziaria: pagheremo il pedaggio anche sulle statali

Il governo in un comma piccolo, piccolo, (la parte finale del diciannovesimo comma del penultimo articolo) infila la vendita delle strade statali ad aziende controllate dallo Stato. Questi tratti saranno trasformati in una sorta di mini-autostrade sulle quali si pagherà il pedaggio.
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ROMA - A.A.A. strade vendesi. Il governo ha affisso il cartello per la «privatizzazione» di «tratti della rete stradale». L' operazione, che è prevista da un piccolo comma della Finanziaria - la parte finale del diciannovesimo comma del penultimo articolo - non riguarderà comunque le strade cittadine ma le «statali» che potranno essere trasformate in una sorta di mini-autostrade sulle quali si pagherà il pedaggio.
Alla vendita, che sarà fatta a prezzi di mercato, non potranno partecipare privati «qualunque». La cessione, infatti, è destinata solo a società controllate direttamente o indirettamente dallo Stato. In questo modo, scegliendo una società i cui conti non rientrano nella contabilità pubblica, si riuscirebbe a considerare l' operazione come una privatizzazione abbattendo il debito pubblico, senza incorrere in rilievi da parte di Bruxelles.
Tra gli acquirenti più papabili, potrebbe esserci Infrastrutture Spa, la società controllata indirettamente dal Tesoro attraverso la Cassa Depositi e Prestiti (nel cui azionariato figurano soci privati, le fondazioni bancarie), ma i cui conti restano comunque fuori dal perimetro di quelli della Pubblica Amministrazione. In questo modo il Tesoro farebbe cassa abbattendo il debito pubblico, senza per questo cedere ad una gestione completamente privatistica. Tra gli interessati ci sarebbe certamente anche l'Anas, ma il fatto che sia totalmente pubblica sembrerebbe forse meno giustificabile in sede europea. Sono stati del resto proprio i lavoratori dell'Anas a lanciare un primo allarme nei giorni scorsi sull'intenzione dello Stato di mettere sul mercato le sue strade, tanto che hanno annunciato una mobilitazione, con tanto di lotta e manifestazioni contro le ipotesi del governo di «smantellare l'attuale società di gestione della rete nazionale».
La 'postillà in Finanziaria fa riferimento al «procedimento per realizzare programmi di dismissioni immobiliari mediante cartolarizzazioni, costituzioni di fondi immobiliari o cessioni dirette». E, in particolare, precisa che «potranno essere trasferiti, a prezzo di mercato, a società controllate direttamente o indirettamente dallo Stato, tratti delle rete stradale nazionale suscettibili di assoggettamento a tariffa».
Non è ancora chiaro di quali strade si tratti, nè di quanto conta di incassare il ministro Siniscalco dalla loro cessione. Non dovrebbe comunque trattarsi di poca cosa se si considera che nel conto patrimoniale elaborato a luglio scorso su tutti i beni in portafoglio allo Stato l'intera rete di strade italiane è stata valutata ben 200 miliardi di euro (80 miliardi quella autostradale), pari a 400.000 miliardi di vecchie lire.
La prospettiva di veder cedere a privati le strade italiane e quindi per gli automobilisti di trovarsi a pagare il pedaggio magari anche sul Grande Raccordo Anulare, sulla Catania-Palermo-Trapani o sulla Tangenziale di Milano rischia tuttavia di suscitare non poche polemiche. Le stesse che infuriarono a luglio scorso quando il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi nel Dpef aveva introdotto un progetto di mettere i caselli su 4.200 chilometri di strade gestite dall'Anas, quasi un quarto dei 20 mila chilometri totali.
L' articolo della finanziaria dedicato al Patrimonio e al Demanio contiene comunque altre importanti novità come la dismissione degli immobili che il ministero della Difesa possiede ma non usa a «fini istituzionali». Entro il 31 gennaio, il ministero e l' Agenzia del Demanio dovranno fare l'elenco di questi beni che verranno poi consegnati all' Agenzia. Sara quest' ultima che dovrà provvedere sia a valorizzarli sia, se possibile, a dismetterli. La Difesa, in cambio, otterrà dalla Cassa Depositi e Prestiti, una quota pari al 50% del valore degli immobili a titolo di anticipazione degli incassi: un importo che, in ogni caso, non potrà comunque superare i 954 milioni di euro.

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