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Petrolio: drammatici record

Malgrado la disponibilità dell'Arabia Saudita ad aumentare la produzione, il greggio a New York tocca quota 45,75 dollari. Chiusura poco sotto a 45,40
ROMA - Di record in record. La corsa del petrolio non accenna a fermarsi: malgrado la disponibilità dell'Arabia Saudita ad aumentare la produzione, il mercato resta nervoso e le quotazioni del greggio si impennano con il Brent, il greggio di riferimento europeo, che vola a 42,45 dollari, mentre al Nymex di New York i futures per le consegne a settembre si ferma poco prima di 46 dollari, facendo segnare il nuovo record a 45,75 dollari. Chiusura poco sotto a 45,40. Livelli massimi anche per le rilevazioni Opec: il prezzo medio del petrolio dell'organizzazione è salito a 40,08 dollari, il massimo da quando il primo gennaio 1987 fu introdotto l'attuale "paniere".
A spingere al rialzo i prezzi le preoccupazioni sull'approvvigionamento: le ripetute minacce agli oleodotti iracheni, le incertezze sull'esito del referendum presidenziale in Venezuela e le difficoltà finanziarie della Yukos fanno temere una riduzione della produzione e, di conseguenza, una penuria di greggio sul mercato.
La buona volontà dell'Opec, ed in particolare dell'Arabia Saudita, hanno avuto, così come previsto dagli operatori, un effetto limitato. Smorzato ulteriormente dall'intervento del rappresentate iraniano nel cartello Hossein Kazempour Ardebili, secondo il quale «un aumento della produzione di petrolio da parte dell'Opec non è opportuno perchè le scorte stanno aumentando e le quotazioni riflettono tensioni che si stanno verificando nei paesi produttori». Kazempour ha infatti spiegato che i recenti incrementi produttivi decisi dal cartello non hanno sortito effetti sul mercato, influenzato negativamente «dalle incertezze politiche in Medio oriente e nei paesi produttori stanno avendo effetti negativi sulle quotazioni».
In ogni caso è più che evidente che la crisi irachena e le incertezze in Venezuela contribuiscono a mantenere in tensione i prezzi. Gli scontri fra le forze armate statunitensi ed i miliziani sciiti nella città santa di Najaf fanno temere agli operatori una drastica riduzione, nell'ordine del 50%, dell'export di greggio iracheno, anche a causa di eventuali sabotaggi agli oleodotti nel sud del Paese. L'Iraq esporta 1,7 milioni di barili al giorno, pari al 2% dei consumi mondiali. «La preoccupazione di problemi alla produzione è diffusa» spiegano gli analisti, precisando che blocchi al pompaggio potrebbero verificarsi in Iraq, ma anche in Venezuela ed in Russia, dove la reale entità delle difficoltà finanziarie della Yukos è ignota a tutti.
Rientrato l'allarme dell'uragano Bonnie nel Golfo del Messico (la Shell ha infatti annunciato che la situazione sta progressivamente tornando alla normalità), le acque non si placano lo stesso in Sud America. Gli occhi del mercato sono puntati sul Venezuela: il 15 agosto la popolazione sarà chiamata a votare la conferma o meno di Hugo Chavez alla presidenza. Molte sono le preoccupazione per il possibile verificarsi di episodi di violenza e sabotaggi agli impianti estrattivi del Paese. In via precauzionale la compagnia petrolifera statale Pdvsa ha annunciato che, per far fronte alle minacce di attentati in coincidenza con la giornata di voto, rafforzerà la sorveglianza nelle infrastrutture petrolifere.
Nonostante le quotazioni record, l'Agenzia Internazionale dell'Energia (Aie) sostiene che i prezzi non possono essere riportati sotto controllo utilizzando le riserve strategiche dei paesi occidentali. I barili che l'Aie ha in riserva potranno infatti essere usati «solo in caso di una interruzione grave degli approvvigionamenti», ha detto il vicedirettore William Ramsay, sottolineando come «è impossibile al momento prevedere cosa succederà in Iraq».

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