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Il petrolio sfonda i 45 dollari a barile

Pesano l'Iraq, le incertezze sul destino della russa Yukos e l'uragano Bonnie che ha spinto la Shell ad interrompere le estrazioni nel Golfo del Messico
ROMA - L'uragano Bonnie mette le ali al prezzo del petrolio, che vola all'ennesimo record storico a Londra e New York, dove ha sfondato la soglia dei 45 dollari. A spingere il prezzo dell'oro nero la sospensione e poi la ripresa parziale del pompaggio di petrolio nel sud dell'Iraq, le incertezze sul destino della Yukos ma, soprattutto, l'avvicinarsi della tempesta tropicale Bonnie, che ha costretto la Shell ad interrompere l'estrazione nei giacimenti di Princess e Crosby, situati nel Golfo del Messico. E così il Brent, il greggio di riferimento europeo, dopo aver navigato tutto il giorno saldamente sopra i 41 dollari, ha segnato a metà pomeriggio un nuovo record a 41,69 dollari. A New York le quotazioni si sono impennate fino a toccare il livello record di 45,04 dollari per poi ripiegare. In serata ha chiuso a 44,50 dollari Le minacce di attacchi agli oleodotti iracheni e la difficile situazione della Yukos avevano già fatto lievitare da giorni i prezzi. Oggi, però, il quadro è peggiorato: la tempesta tropicale Bonnie si sta avvicinando a più di 100 chilometri all'ora ad alcuni giacimenti di petrolio situati nel Golfo del Messico. La Shell è stata costretta ad evacuare 500 dipendenti non indispensabili da due piattaforme, dimezzando così la produzione giornaliera di 49.000 barili. Analoga la decisione della Apache: il produttore statunitense di gas naturale e petrolio ha interrotto l'attività su una delle sue piattaforme, con la conseguente riduzione della produzione giornaliera, che è stata dimezzata. Anche l'Apache è stata costretta ad attuare un piano di evacuazione, allontanando 40 dipendenti. «Stiamo monitorando la situazione - ha detto il portavoce della società statunitense, Bill Mintz - così da poter valutare esattamente cosa fare».
Ma a far da sfondo a Bonnie, e quindi a gonfiare il prezzo del petrolio, le tensioni in Iraq e la Russia, dove la Yukos si è vista nuovamente sequestrare dal Cremlino le azioni della Yungaskneftengaz, la principale controllata del gruppo petrolifero. Una mossa, quella del Ministero della giustizia russo, che mette a rischio, secondo gli operatori di settore, l'export ed il pagamento delle tasse del colosso petrolifero. Complica ulteriormente "l'orizzonte petrolio" il referendum in Venezuela: domenica 15 agosto i venezuelani saranno chiamati a confermare o meno Hugo Chavez alla presidenza e molte sono le preoccupazione per il possibile verificarsi di episodi di violenza e sabotaggi agli impianti estrattivi del Paese. Tensioni queste accentuate dallo stesso Chavez che ha dichiarato: «Senza di me il petrolio potrebbe arrivare a 100 dollari al barile». La compagnia petrolifera statale Pdvsa ha annunciato che, per far fronte alle minacce di attentati in coincidenza con la giornata di voto, rafforzerà la sorveglianza nelle infrastrutture petrolifere. Ad agitare i mercati c'è poi la situazione confusa nel sud dell'Iraq dove è in atto lo scontro con la milizia sciita di Moqtada Sadr. Il pompaggio del petrolio oggi in giornata è ripreso ma solo in modo parziale e dall'Iraq non è giunta alcuna indicazione su come le compagnie petrolifere intendano muoversi nei prossimi giorni: «Siamo fermi e non siamo in grado di fare previsioni su quando riprenderemo» ha detto la Compagnia Petrolifera del Sud (Csp). Anche da Baghdad le notizie sono confuse: «Abbiamo ricevuto delle informazioni secondo le quali due oleodotti sono stati fermati, ma la cattiva qualità delle linee telefoniche ci ha impedito di contattare la Csp per effettuare una verifica» ha precisato il portavoce del Ministero del Petrolio. L'Iraq esporta normalmente 1,8 milioni di barili di petrolio al giorno solo dagli impianti situati nel sud, dove il pompaggio era ripreso lo scorso 26 giugno dopo la riparazione dei due maggiori oleodotti, danneggiati da diversi sabotaggi. I 130 attacchi agli oleodotti che si sono susseguiti negli ultimi sette mesi hanno fatto perdere al paese circa 200 milioni di dollari, compromettendo così la ripresa economica del Paese.
«L'ipotesi che l'export iracheno venga sospeso per un periodo prolungato può far da sola lievitare il prezzo fino a 50 dollari al barile - affermano alcuni analisti - Il mercato mondiale del greggio è in una situazione più difficile di quella attraversata nella crisi del 1973». Dall'inizio dell'anno ad oggi il prezzo del petrolio è aumentato più del 30% anche se, depurati dell'inflazione, i prezzi risultano più bassi di quelli del 1979: in quell'anno, durante la rivoluzione iraniana, infatti, il greggio era salito fino all'equivalente di 80 dollari di oggi al barile e l'Opec produceva 30 milioni di barili al giorno. Attualmente, invece, il cartello degli undici paesi produttori pompa 28 milioni di barili e potrebbe produrne altri 1,5 milioni al giorno.

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