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Venerdì 20 Aprile 2018 | 16:29

L'industria italiana nelle mani straniere

Industria MILANO - Fatturano un terzo dei ricavi totali delle grandi imprese italiane e hanno ormai in mano settori un tempo vanto dell'industria italiana come la chimica e la farmaceutica, oltre a una buona presenza in uno dei comparti di punta del Made in Italy come l'alimentare. Sono le imprese controllate da azionisti stranieri individuate per la prima volta dall'indagine dell'Ufficio Studi di Mediobanca su 1.945 grandi e medie società italiane.
In particolare sul campione esaminato, le imprese a controllo estero (quelle cioè con azionisti di controllo stranieri) sono 570 e coprono il 29% del fatturato, impiegando il 27,4% della forza lavoro del campione. Più forte è la quota nell'industria manifatturiera (37% del totale), a fronte di quella nell'energia (23,1% soprattutto raffinazione petrolifera) e del terziario (13,8%).
Nell'industria manifatturiera, le società straniere in particolare, sono presenti nei settori a maggiore rilevanza tecnologica come la chimica-farmaceutica dove possiedono una quota del 60% del fatturato, e il meccanico elettronico (36% del fatturato). Ma rilevante è anche la presenza in uno dei settori di punta del Made in Italy come l'alimentare e bevande (39% del totale e 38% degli addetti). Meno importante è la presenza nel comparto dei beni per la persona e la casa (tessile, abbigliamento, calzature, gioielli, legno e mobili) con il 17%, anche per la forza delle Pmi italiane in questo comparto.
Le società a controllo straniero, secondo l'analisi di Mediobanca, hanno inoltre mostrato un maggiore slancio nella crescita dei ricavi. A fronte di un -0,2% dell'industria manifatturiera, infatti, le imprese "estere" hanno visto salire il proprio fatturato dell'1,1% nel 2003 grazie soprattutto alle vendite in Italia (+2,6%), mentre l'export, pur negativo (-1,6%) ha mostrato una maggiore tenuta rispetto al -2,7% del dato globale dell'industria. Anche sul fronte della forza lavoro, le società a controllo estero hanno invertito l'emorragia del 2002 con un saldo negativo di 258 unità contro i -24.221 del totale del campione delle 1945 imprese.
Per quanto riguarda gli investimenti, le società a controllo estero si posizionano dietro il tradizionale motore delle medie imprese. Su un totale di 19,797 miliardi (a prezzi costanti il livello più basso del decennio) le società a controllo estero hanno totalizzato quota 3,9 miliardi, in calo ma mantenendola a un livello superiore tra il 20 e il 30% a quello di 10 anni prima.
All'analisi dei risultati economici le imprese a controllo estero mostrano un diminuzione degli utili da 4,052 a 1,54 miliardi di euro, controcorrente rispetto al campione generale, a causa del saldo negativo delle poste non ricorrenti (il cui saldo era stato positivo nel 2002). Se si esamina il risultato corrente infatti si passa da 6,671 a 6,581 miliardi. Secondo l'analisi di Mediobanca inoltre la tassazione su questo tipo di società rimane più elevato (33,9%) rispetto alle media delle 1.945 società (29,6%) anche se «non molto distante da quello medio delle multinazionali europee, circa il 33% nel periodo 1999-2002».
Limitato, ma a causa del flusso finanziario provenienti dalle case madri, i debiti finanziari, che sono ammontati a 6,6 miliardi su un totale di 39,7 nel triennio 201-2003. Più significativo invece il dato sul rendimento medio del capitale (margine operativo netto più proventi finanziari/capitale investito) che, pur in flessione al 9,2%, mostra una maggiore tenuta rispetto a quelli medi aggregati (manifattura 8% contro 6,5%, terziario 14,1% contro 9,9%). Nella creazione di valore l'industria a controllo straniero distrugge valore (-1,7%) ma meno di quella a controllo italiano (-2,7%).

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