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Sabato 21 Aprile 2018 | 23:19

Lavoro - Atipici e incerti, in genere donne

Un esercito di precarie, poco soddisfatte delle condizioni lavorative, in difficoltà nel progettare il futuro, con scarse tutele sociali e previsioni previdenziali più che pessimistiche, è il quadro tracciato dalla Cigl
Lavoro - Atipici e incerti, in genere donne
ROMA - Un esercito di precari, poco soddisfatto delle condizioni lavorative, in difficoltà nel progettare il futuro causa le incertezze del proprio status, con scarse tutele sociali e previsioni previdenziali più che pessimistiche. Dove flessibilità fa soprattutto rima con impossibilità a gestire il proprio tempo e i propri progetti. E' il quadro poco entusiasmante che emerge da un dossier presentato oggi del Nidil Cgil sui lavoratori aticipi, dal titolo «Welfare e flessibilità. La dimensione incerta del lavoro atipico».
Un'incertezza che comincia addirittura dagli stessi dati numerici. Non è infatti noto a tutt'oggi il numero esatto dei lavoratori flessibili, detti anche parasubordinati. Dati attendibili si fermano al '99 quando i contribuenti al fondo gestione separata dell'Inps erano 1.713.920, ma ad oggi le posizioni aperte sono 2.837.287. Questo vuol dire che in 8 anni il numero degli iscritti è triplicato, visto che nel '96 era a quota 974.087.
Giovane, soprattutto donna, con diploma di istituto superiore, senza figli, impiegati o liberi professionisti di cui una larga fetta vive ancora in famiglia che rappresenta una importante fonte di sostegno economico. E' l'identikit che traccia il dossier, su un campione rappresentativo di 1.758 intervistati.
Quasi due terzi (63,4%) hanno meno di 35 anni, quelli tra i 35 e i 44 anni rappresentano una fetta del 20%, che si riduce al 17% se l'età si innalza oltre i 45 anni. I lavoratori atipici sono per la stragrande maggioranza donne (oltre 70%), nonostante le scarse tutele rendano difficile la maternità, sottolineano le intervistate. Oltre la metà dei soggetti (52,2%) ha il diploma di media superiore, e il 32,1% ha in tasca una laurea. La fetta maggiore è rappresentata da impiegati (31,3%), seguono i liberi professionisti (17,2); centralinisti e addetti call center rappresentano quasi il 15%; seguono operai (8,2%), lavoratori autonomi e insegnanti (6,7%). Il tipo di contratto più diffuso (32,8%) è la collaborazione coordinata e continuativa, segue quello a tempo determinato (18,7%), la collaborazione a progetto (14,9%) mentre il contratto di formazione lavoro è appena l'1,5%. Sono lavoratori di scarsa mobilità, che risiedono infatti per l'84,4% nel Comune in cui svolgono l'attività e che per il 35,8% abita ancora con i familiari o con il partner (32,1%). I single rappresentano una fetta del 12,7%. Non ha figli quasi il 72%. Ad essere «abbastanza soddisfatto» del proprio tenore di vita è il 51,5% del campione, percentuale che sale al 58,8% nella fascia dei 18-34 anni. Per niente soddisfatti, invece, i lavoratori maturi tra i 35 e 44 anni. Un tenore di vita che negli ultimi anni è migliorato per il 39,6%, mentre è peggiorato per il 32,8%. Convinti che il trend sia migliorativo sono soprattutto i giovani fino a 34 anni (64,7%), mentre i più pessimisti riguardo al futuro si annidano nella fascia degli ultra 45/enni (26,1%). Riguardo ai progetti futuri, il 36,6% ha in programma l'acquisto di un'abitazione, non lo è invece per il 38,8%. Ma per i primi, vi è il sostegno economico della famiglia d'origine nel 35,4% dei casi. E comunque la famiglia rappresenta un' importante fonte di sostegno economico per il 90% dei flessibili. Per la pensione, solo il 16,4% ha pensato «molto» a forme integrative previdenziali, mentre il 25,4% dice di non averci pensato «per nulla», il 20,9% poco, e il 30,6% abbastanza. Flessibilità poi non fa rima con libertà di autogestire il proprio tempo: infatti il 77% ammette che «sono le esigenze lavorative a determinare» i suoi impegni e il 46,3% si sente «poco forte» dal punto di vista della forza contrattuale e «per nulla forte» si ritiene il 31,3%. Percentuali che si ribaltano quando ad essere valutata è invece la forza contrattuale dell'azienda. E al primo posto della scala degli aspetti critici, vi è l'incertezza di essere riconfermato legata alla valutazione soggettiva del datore di lavoro (41%), l'assenza di tutele efficaci in caso di malattia, infortuni, maternità (35,1%); al terzo posto le retribuzioni rispetto alla qualità e quantità del lavoro svolto (29,1). Tutte incertezze che incidono molto sulla vita privata e sul proprio progetto di vita per il 65,7% degli intervistati, abbastanza per il 23,9%, poco solo per il 7,5%. Lavoratori che si sentono poco tutelati politicamente e soprattutto sindacalmente (43,3%), pure convinti che attraverso una contrattazione collettiva si possano raggiungere maggiori livelli di tutela individuale (quasi il 68%).

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