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Domenica 24 Settembre 2017 | 00:00

400.000 i bambini sfruttati in Italia

Allarme dalla Cgil: 70.000 sono i minori impiegati per più di quattro ore al giorno, ma per 40.000 il tempo «rubato» va anche oltre le otto ore quotidiane. Sono tre, in sintesi - secondo Epifani - le cause che hanno impedito al fenomeno di regredire. In 15 punti le cose da fare
ROMA, 14 aprile 2004 - Allarme Cgil sul lavoro minorile in Italia. Secondo un Rapporto dell'Ires (l'istituto di ricerca del sindacato), oscillano complessivamente tra i 360mila e i 400mila i bambini tra i 7 e i 14 anni sfruttati nel nostro Paese. Ben 70mila sono impiegati per più di quattro ore al giorno, ma per 40mila di loro il tempo sottratto allo studio e al gioco va addirittura anche oltre le otto ore quotidiane. La paga per questi ultimi va dai 200 ai 500 euro al mese.
«Un fenomeno che è aumentato rispetto a dieci anni fa, quando la Cgil lo denunciò per prima e che è destinato a diventare sempre più importante», ha commentato oggi il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, presentando l'indagine proprio alla vigilia, il 16 aprile, dell'anniversario dell'uccisione del pachistano Iqbal Masih, il piccolo «sindacalista» dei bambini lavoratori.

Il Rapporto contiene anche un focus sui casi di Roma, Napoli e Milano, dove i minori al lavoro sono circa 26mila, su un totale di 846mila bambini. In particolare, a Milano il rischio di dispersione scolastica è pari al 28%. Un quadro, dunque, fortemente preoccupante, che porta la Cgil a considerare senza dubbio sottostimati i dati Istat, secondo i quali i bambini coinvolti in forme di lavoro precoce ammonterebbero a 144mila. Per la Cgil, i bambini che lavorano sono concentrati sia nel sud che nel nord-est. I settori più interessati dal fenomeno sono innanzitutto il commercio, ma anche l'artigianato e l'edilizia. Ma tanti sono anche i minori immigrati sfruttati nei diversi settori e che lavorano agli angoli delle strade.

Sono tre, in sintesi - secondo Epifani - le cause che hanno impedito al fenomeno di regredire: la crescita della povertà delle aree di emarginazione; la crescita del lavoro clandestino malgrado le regolarizzazioni; la dispersione scolastica.
Per tutte e tre, secondo la Cgil, il maggior imputato è l'attuale governo e «le politiche pubbliche che hanno portato il numero delle famiglie a rischio povertà ad aumentare nel corso degli ultimi tre anni, e le politiche d'immigrazione e dell'inserimento».

Il primo punto analizzato da Epifani è legato «alla crescita delle aree di povertà e di emarginazione». Secondo l'Ires l'Italia è al secondo posto in Europa, dopo la Gran Bretagna, per la più alta percentuale di minori che vive sotto le soglie della povertà. Il 17% dei minori è povero e al Sud la percentuale sale al 29%.
Sempre per Epifani il secondo motivo «è legato al fatto che tende a crescere il lavoro irregolare e clandestino, soprattutto degli immigrati». A questo proposito, in base ai dati dell'Ires, «il lavoro minorile è la punta dell'iceberg del sommerso» e l'Italia ha il più alto tasso di sommerso in Europa, pari al 22% del pil e a 4 milioni di lavoratori, di cui il 10% è composto di minori.
Il terzo motivo, per Epifani, «è legato al fenomeno della dispersione e dell'abbandono scolastico che è in aumento».
A questo proposito l'Ires ricorda che con la riforma Moratti chi non rispetta l'obbligo della frequenza scolastica dei figli non va più in carcere ma è punito con una multa di 67 mila lire e che in Italia la percentuale dei giovani tra i 25 e i 34 anni forniti di diploma è il 57%, contro l'85% della Germania, l'88% degli Usa e il 95% della Corea del Sud. Inoltre c'è una stretta connessione tra la scarsa istruzione e i bassi redditi. In Italia infatti prosegue gli studi dopo l'obbligo solo il 45% dei figli di persone con nessun titolo e con redditi pari a circa 12 mila euro, mentre i figli dei laureati con reddito equivalente di 28 mila euro (pari a 50 mila euro di reddito complessivo) è il 99,1%.

A livello internazionale, Epifani ha ricordato che i Paesi che non applicano le direttive dell'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) non sono ritenuti responsabili di tali inadempienze. Da qui un pacchetto di 15 proposte della Cgil, per combattere lo sfruttamento minorile e per i finanziamenti, si propone di destinare il 2% delle risorse provenienti dall'Iva sui beni di lusso. «Stiamo pensando - ha detto ancora Epifani - ad una vera piattaforma rivendicativa. E se non potremo discuterla con il governo, ci rivolgeremo anche a Bruxelles». Per il presidente dell'Ires, Agostino Megale, «bisogna riconquistare una nuova carta d'impegni con al centro la formazione e la tolleranza zero verso lo sfruttamento dei minori».

In 15 punti le cose da fare
- Un piano straordinario, sul modello portoghese, a cui destinare specifiche risorse per presidiare il territorio e costituire specifiche task force con particolare attenzione ai fenomeni di reclutamento della criminalità organizzata e della micro criminalità;
- rifinanziamento immediato della legge 285/97 per la promozione dei diritti e delle opportunità per l'infanzia e l'adolescenza;
- approvazione di una legge nazionale contro la povertà;
- rilancio e attuazione della legge quadro 328/2000 in materia di assistenza sociale;
- realizzazione piena dell'obbligo formativo fino a 18 anni;
- rilancio degli osservatori regionali e provinciali contro la dispersione scolastica;
- costituzione di un Fondo nazionale e regionale definito «Borsa per lo studio e lo svago dei minori a rischio di dispersione»;
- Costituzione di un Fondo nazionale a favore della stipula di piani sociali dei comuni, basati su principi di premialità nel trasferimento delle risorse Stato-Regioni verso le amministrazioni locali virtuose nelle politiche contro lo sfruttamento minorile;
- equiparazione per i minori stranieri di tutti i trattamenti di servizio pubblico e di welfare;
- riconoscimento del principio dello jus solis per tutti i bambini che nascono in Italia, riformando le norme sulla cittadinanza;
- istituzione di una Carta dei Comuni e dei Municipi contro lo sfruttamento minorile;
- costituzione presso il Cnel di una commissione permanente dedicata al lavoro nero e allo sfruttamento minorile, composta dalle parti sociali;
- adozione per via contrattuale per le imprese in Italia e nell'Ue di «Codici di Condotta» atti a garantire in ogni paese del mondo il rispetto dei diritti sociali e del lavoro fondamentali, così come individuati dalle convenzioni Oil indipendentemente dalla legislazione vigente localmente;
- istituzione in Italia e nell'Ue del Marchio Sociale per le imprese;
- subordinazione di qualsivoglia erogazione di contributi o risorse nazionali e comunitarie, nonchè la stipula o la vigenza dei trattati commerciali bilaterali/multilaterali, al rispetto delle clausole sociali e delle Convenzioni fondamentali dell'Oil e delle Linee Guida sulle Multinazionali dell'Ocse.

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