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Martedì 17 Ottobre 2017 | 03:52

Ilva, grandi manovre per ingresso dei privati

Ilva, grandi manovre per ingresso dei privati
ROMA – Mai dire mai. Il percorso seguito finora per il risanamento dell’Ilva è stato accidentato, ricco di sorprese. E altre si annunciano, a partire da un nuovo tentativo di coinvolgere l’imprenditoria privata, italiana e internazionale, nell’azionariato del gruppo. Per il momento è una semplice eventualità, certamente difficile da realizzare perchè si tratta di una strada già percorsa senza successo. Ma la situazione è d’emergenza, con perdite elevate e prospettive drammatiche perchè il tesoretto di 1,2 miliardi di euro dei Riva è rimasto al riparo in Svizzera e non è affluito nelle casse del gruppo, la Cassa depositi e prestiti ha fatto sapere in un vertice a Palazzo Chigi tenuto nei giorni scorsi che non è nelle condizioni di assumersi l’intero peso del salvataggio, la nuova società (newco) che doveva essere costituita nella primavera scorsa con l’apporto d’investitori finanziari è rimasta sulla carta.

Per questo occorre rimescolare le carte, o almeno tentarci. Così, per il momento con grande prudenza, sono ripartite verifiche informali per tentare l’impossibile, cioè ridare solidità all’assetto azionario dell’Ilva coinvolgendo soci privati. Mai dire mai, dunque, anche se proprio nel recente passato Piero Gnudi, all’epoca commissario straordinario unico, ci ha provato senza risparmiarsi ma senza riuscirci.E le difficoltà che hanno impedito di raggiungere l’obiettivo rimangono tutte, perfino aggravate. Nell’attesa di capire quale sarà l’esito dei contattiavviati, lo scenario di nuove partnership viene definito una semplice eventualità, che non deve interferire con il lavoro in cui sono impegnati i vertici aziendali, interamente rinnovati meno di un anno fa.

La Via Crucis dell’Ilva è cominciata con la fase uno, in cui era al comando il commissario straordinario Enrico Bondi, che ha puntato sul piano industriale messo a punto con i consulenti di McKinsey. Poi, uscito di scena Bondi, è arrivato Piero Gnudi, convinto che la priorità fosse trovare un nuovo assetto dell’azionariato, per ridare solidità al gruppo con l’apporto di soci privati, internazionali e italiani. I tentativi non sono riusciti, perchè i potenziali azionisti hanno detto con chiarezza che i problemi dell’Ilva erano drammatici, gli investimenti ambientali non sopportabili da privati, le inchieste avviate dalla magistratura (soprattutto di Taranto) determinano un quadro di assoluta incertezza. Contemporaneamente si è fatta strada la convinzione che i privati intendessero forzare la mano, ingigantendo i problemi dell’Ilva, per poi conquistarla con quattro denari. Insomma, il sospetto è stato che ArcelorMittal guidasse una cordata della serie "I furbetti dell’acciaio", parafrasando la definizione dei "Furbetti del quartierino", coniata dallo spregiudicato finanziere Stefano Ricucci nell’estate del 2005. Così l’operazione Gnudi non ha avuto esito ed è cominciata la fase tre, con la regia dell’ex amministratore delegato di Luxottica, Andrea Guerra, passato nel ruolo di super consulente per Palazzo Chigi.

L'occasione da non perdere è stata considerata l’inchiesta della Procura di Milano contro i Riva, gli ex azionisti di comando dell’Ilva, finiti sulla panchina degli imputati, ritenuti colpevoli di una lunga serie di reati. Erano giorni in cui Guerra, sia pure dietro le quinte, spendeva parole di elogio per il lavoro svolto dai magistrati milanesi. Da Palazzo di Giustizia filtravano due certezze: l’Ubs, il colosso svizzero in cui sono parcheggiati i trust dei Riva, era pronto a consegnare i quattrini (i famosi 1,2 miliardi) e la magistratura svizzera avrebbe dato via libera.

Il tutto si è verificato, ma è mancato l’ultimo passaggio. Nei giorni scorsi il Tribunale di Bellinzona, a cui hanno fatto ricorso in appello due esponenti della famiglia Riva, ha bloccato tutto, sottolineando (con parole dure) che il tesoretto non si tocca fino a sentenza definitiva di un processo (quello contro i Riva) ancora agli albori. Una vera doccia fredda, per l'Ilva e dintorni, arrivata all’improvviso. L’effetto è di riaprire i giochi sul futuro del gruppo che, proprio negli ultimi due mesi, ha registrato qualche notizia positiva, a partire dal contenimento delle perdite (sotto i 20 milioni al mese contro i 50 milioni dei momenti peggiori) per arrivare all’incremento del portafoglio ordini (più 23 per cento il risultato di ottobre su settembre e più 20 per cento in novembre rapportato a ottobre). Significativa, in particolare, viene considerata la vittoria nella gara promossa dalla Snam per una fornitura di oltre 5 milioni di euro. L’impegno di chi si batte in prima linea c'è. Il problema è la mancanza di soldi in cassa. E non è un problema di poco conto.

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