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Sabato 21 Ottobre 2017 | 10:48

Ilva, Riva in cella da 5 mesi Il legale: sta male, liberatelo

Ilva, Riva in cella da 5 mesi Il legale: sta male, liberatelo
MIMMO MAZZA
TARANTO - Fabio Riva si affida all’avvocato Franco Coppi e ricorre in Cassazione contro il provvedimento con il quale il tribunale dell’appello l’11 agosto scorso ha confermo il «no» espresso il 13 luglio scorso dal giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli alla revoca della custodia in carcere o quanto meno alla sostituzione con gli arresti domiciliari. Il figlio del defunto patron Emilio si trova rinchiuso nel carcere di Taranto dal 5 giugno scorso, quando dopo 31 mesi di latitanza si consegnò alla giustizia italiana.Il 60enne, numero due dell’omonimo gruppo proprietario dell’Ilva di Taranto, fu scovato il 22 gennaio del 2013 dagli agenti dell’Interpol a Londra. Fabio Riva tornò subito in libertà, ma senza passaporto, dopo aver pagato sull’unghia 100mila sterline (circa 120mila euro) di cauzione. La Guardia di Finanza era da giorni sulle sue tracce. Latitante dal 26 novembre del 2012, giorno nel quale i militari bussarono inutilmente alla porta della sua abitazione di Milano per arrestarlo e condurlo nel carcere di Taranto, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Patrizia Todisco, Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione avviata prima dalla Procura di Taranto e, successivamente, da quella di Milano (che procede nei suoi confronti per truffa aggravata ai danni dello Stato). A tradirlo furono le visite, costanti nel tempo, ricevute dai suoi familiari. Proprio seguendo i suoi parenti sulla tratta Milano-Londra, i militari delle Fiamme Gialle, agendo in stretto contatto con l’Interpol a seguito del mandato di arresto europeo firmato dal gip Patrizia Todisco il 10 dicembre del 2012, riuscirono a individuare il luogo in cui Fabio Riva si nascondeva. Il lungo lavoro, fatto di pedinamenti, appostamenti e rilievi fotografici, è passato anche attraverso la Francia, con una perquisizione eseguita subito dopo Capodanno, assieme alla gendarmeria, a Beaulieu sur mer, vicino Nizza, dove era ormeggiato lo yacht di Fabio Riva. Perquisizione che diede però esito negativo. Le attenzione si concentrarono così su Londra, sino al blitz del gennaio 2013. Era stato lo stesso Fabio Riva, agli inizi di dicembre del 2012, a far sapere di trovarsi a Londra, con una lettera che i suoi avvocati Nerio Diodà e Stefano Goldstein avevano consegnato sia alla Procura sia al gip.

Pesantissime le accuse formulate nei suoi confronti. Fabio Riva è imputato, assieme, tra gli altri, al fratello Nicola (sottoposto ai domiciliari il 26 luglio 2012 con il padre Emilio, morto il 30 aprile del 2014) per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse una richiesta di rinvio a giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli a luglio.

Sono decine di migliaia le telefonate di Fabio Riva intercettate dai finanzieri e finite agli atti dell’inchiesta, colloqui dai quali sono emersi i rapporti che l’Ilva, tramite proprio Fabio Riva, aveva intessuto con il potere politico tarantino, pugliese e nazionale allo scopo di ricevere autorizzazioni per i propri impianti e ottenere un trattamento di favore da parte degli organi di controllo. Notissima è la telefonata di Fabio Riva ad un consulente del gruppo nella quale, commentando i dati sull’emergenza sanitaria a Taranto, il vicepresidente di Riva Group si lascia andare ad un poco edificante: «Due casi di tumore in più all’anno… una minchiata».

Ora Fabio Riva, unico detenuto tra i 47 imputati del processo «Ambiente svenduto», confida nella Corte di Cassazione, che discuterà il ricorso presentato dagli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia il prossimo 11 dicembre, per riacquistare la libertà o almeno lasciare il carcere, anche alla luce di condizioni di salute non proprio eccellenti, e per questo costantemente monitorate dai responsabili della casa circondariale, anche con consulti eseguiti negli ospedali cittadini.

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