Cerca

Devoti a Babaji, riapre la cittadella a Cisternino

di ALBERTO SELVAGGI
CISTERNINO (Brindisi) - Riapre nella Valle d'Itria nonostante la crisi il più grande centro spirituale orientale di tutto il Meridione, fondato a fine Anni Settanta da Lisetta Carmi. Cento posti letto per ospitare i fedeli provenienti da ogni parte
Devoti a Babaji, riapre la cittadella a Cisternino
ALBERTO SELVAGGI
Visto che il sentire spirituale in ogni variante si ritrova nella visione che interpreta ogni evento come non casuale, un vegliardo ricurvo e alto, nelle vesti del predestinato, dopo un cicchetto in un bar, ci guida, gentilissimo nella sua Panda blu reggendo sul cranio una coppola d’annata, al non semplice ingresso del Bhole Baba, grande centro di tradizione orientale, noto nel mondo anche per il carisma di una delle tre fondatrici, la genovese Janki Rani Lisetta Carmi, 91 anni, ex pianista, fotografa di meritatissima fama, cercatrice esistenziale, abitante di Cisternino dal ’79, nella cui contrada Portarino sopravvive sotto la crisi economica l’ashram eretto in nome del maestro Babaji che in India l’aveva fulminata. «Ci occorrono mano d’opera, risorse economiche. Benvenuto è chiunque voglia aiutare per le ristrutturazioni e con donazioni in denaro».

In alto c’è un cielo che sembra il creato. Sole, freddo non tanto. Sui clivi e i declivi di questo villaggio spirituale, qualche fedele tra i cento del circondario porta al pascolo la propria anima. Ulivi, trulli, reception, uffici, refettorio, cucine, shop, sale yoga e seminari, dormitorio e stanze (30 e 35 euro a testa) per 80 posti in totale, templi e divinità indiani che convivono coi Santi Medici, «il nostro amato Papa Francesco», San Pio con il terzo occhio dipinto sull’immagine. Ci sono dei gatti e anche i gatti hanno un’anima, siano reincarnazioni di avvocati squattrinati, di imprenditori alla fame, commercianti protestati, ex giornalisti licenziati adusi all’alcol e alla marijuana. Portano la coda a spasso tra le braccia di Shiva, un esemplare giallo malsano balza sul tridente sacro che un discepolo su un muretto lustra per il cerimoniale.

Dal grande OM composto di pietre all’ingresso, alla graziosa stanza chiusa da una porta a vetri, con il letto pronto ad accogliere Shri Babaji quando e se vorrà ripresentarsi in terrene sembianze, all’inestinto Fuoco Sacro ottagonale, Dhuni vulvare di Shakti, al Tempio identico a quello che sorge nell’ashram madre di Herakhan, India del nord, pendici dell’Himalaya. Sui piedi nudi arriva una ragazza, fa vibrare le note delle campane impiccate al bel porticato, si inginocchia, prega, «ma santo Iddio, io ti conosco, tu sei… uh… Francesca! Per la miseria, che ci fai qua?». «Ho un trullo in Valle d’Itria – risponde -, oltre alla casa di Bari. Tu piuttosto, che c’entri?». «Mi ha condotto la crisi. Voglio esaminare i bilanci di Baba». Voce fuori campo: «Per cortesia, puoi toglierti le scarpe visto che sei nell’area del tempio?».

I buoi che tirano il carro finanziario del centro hanno i ginocchi piegati e il dorso piagato, come il resto d’Italia. Bhole Baba per sempre, anche attraverso gli stenti, sul riverberare degli appelli lanciati dal sito dell’Herakhandi Samaj di Cisternino, nel seno dell’organizzazione che riunisce i circa mille devoti a Babaji sotto la Fondazione in Italia, Shri Herakhan Baba, non nato da madre, dall’Ottocento più volte riapparso. Le difficoltà coinvolgono d’altronde gli stessi e più antichi ashram indiani gemellati. «Tutte le associazioni di promozione sociale soffrono – dice Kalu Singh, Franco Enrico De Falco all’anagrafe, vissuto tra l’India e la Costiera Amalfitana -. Si reggono sulle offerte e oggi parecchie persone non hanno di che mangiare, figurarsi donare».

La Città dello Spirito è già pronta a ridarsi in «Verità Semplicità Amore», anche se alcune strutture devono essere completate. Causa nuove imposizioni della sanguinaria Kali Burocrazia Italiana, i responsabili stanno battagliando tra «nuovi controlli Asl e adeguamenti dei pozzi», spiega il presidente dell’Herakhandi Samaj nazionale, Phool Singh, ovvero Fulvio Trentin, milanese, munito di baffo ma non di cappellino nero da puffo rurale del suddetto De Falco che gli siede al fianco. Tra un mese da Brindisi si aspetta l’ispezione finale. Ma ciò non preclude l’accoglienza che, meno attiva rispetto all’estate del «disciplina orientale + mare», riceve le anime vaganti. Devoti, buddhisti, anche lama tibetani, induisti, cattolici, protestanti, «perché Babaji esorta a rispettare e a riconoscersi nella religione del luogo originaria». «Non siamo una setta – spiegano i fratelli e le sorelle del Bhole Baba – ma un’offerta di conoscenza spirituale». Yoga Karma e Bhakti, sveglia alle 5, doccia, meditazione, preghiera, vietato fumare, astinenza sessuale, pulizia costante, lavoro comunitario. Niente carni né droghe né alcol.

Siamo nella sede amministrativa. Ma i conti, tutto sommato, passano come le nuvole sul tetto sotto il quale parliamo. È una forma di consapevolezza inconsapevole, per coniare un ossimoro spirituale. Perché Franco Enrico De Falco si chiama Kalu Singh, tutto sommato. Fulvio Trentin non è Phool Singh all’anagrafe. E Bernadette, stilista di gioielli, è Basanti, ed è appena arrivata: «Salve».

Vive tra Milano, l’India e Cisternino. Discepola per vent’anni di Sai Baba, famosissimo guru indiano, con lunghe permanenze a Puttaparthi (Andhra Pradesh) al suo fianco. «Mi apparve luminoso di arancio in una stanza di albergo, ero con mio figlio in vacanza, da poco separata. Non sapevo esistesse, mai sentito nominare. Lo rividi sulla copertina di un volumetto il mattino dopo in libreria. Era la chiamata». In sogno, morendo, il maestro le segnò la strada: «Sto lasciando il corpo, il tuo posto adesso è con Shri Muniraji», il primo discepolo di Babaji, che posò la mano su Lisetta Carmi e sulla comunità di Cisternino, legata a filo doppio a quella di Milano.

Il presidente Trentin, anche lui miscredente nei Settanta, fece un viaggio in India, esperienziale. Curò per caso un santone febbricitante in una grotta cedendogli i farmaci che portava nello zaino. «Lui poi mi mandò a chiamare e disse: tu incontrerai il Dio che non conosci lungo questa strada». E così, proprio in quell’area, conobbe il Mahavatr, immortale, Babaji, dopo anni.

Nel silenzio della Valle ci sono pietre che parlano. Da Bhole Baba City, dal suo ecumenismo che irraggia ispirando, attraendo, animando, sono germinati fin dagli anni Ottanta centri di meditazione, comunità, scuole yoga e reiki, templi buddhisti, obbedienze mesoamericane, un Nirvana garden service, perfino, culti indiani nei doppi nomi à la Devadip Carlos Santana, Turiya Alice Coltrane, o Mahavishnu John McLaughlin. In contrada Satia, per citare l’ultima, il 25 aprile verrà inaugurata la sede Sai Baba. Mentre i discepoli di Babaji preparano la grande festa di Novaratri, 21-28 marzo, dedicata alla divinità Madre. E dal 30 luglio al 2 agosto il Gurupurnima, per tutti i maestri spirituali, con l’arrivo di personalità religiose indiane, tra le quali il presidente internazionale degli Herakhandi, mistici stranieri, circa 250 ospiti in totale.

Om Namaha Shivaya: omaggio devoto al tempio salmone imbevuto di sole calante. Om Namaha Shivaya a questo bellissimo luogo di amore, di credo, di sogni e speranze. In genuflessione, per quanto profanata nelle giunte mani da consumistici mezzi-guanti floreali DG Warmer, e da una coppola a sei colori confezionata ad personam dalla Once di Maglie. Om Namaha Shivaya, Amèn, o come vi pare.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400