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Venerdì 24 Novembre 2017 | 13:51

Intervista alla professoressa Paola De Santis

Catacombe cristiane
l'«unicum» di Canosa

Catacombe cristiane  l'«unicum» di Canosa

di Paolo Pinnelli

CANOSA - Il complesso catacombale di Canosa, di santa Sofia o di Lamapopoli, rinvenuto negli anni '50 sulla strada statale Canosa–Barletta (Ss 93), rappresentano un «unicum» per la Puglia, e sono tra le poche cristiane presenti in Italia meridionale insieme a quelle di Siracusa e Napoli. Dallo scorso anno sono “entrate nelle disponibilità della Santa Sede”, per la conservazione, tutela e promozione attraverso l’azione della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, il cui segretario neonominato da papa Francesco è un canosino: mons. Pasquale Iacobone.

Dopo la formale consegna delle chiavi, avvenuta a Roma, il 29 luglio del 2016, dall’allora sindaco Ernesto La Salvia al Sovrintendente Archeologico delle Catacombe, Fabrizio Bisconti, sono stati realizzati tre “piccoli” interventi di ricerca, consolidamento e restauro dalla èquipe della prof.ssa Paola De Santis, ispettore delle catacombe della Puglia e membro della Pontificia Commissione. Le catacombe furono ricavate nei terrazzamenti del costone roccioso sul cui fondo scorre il torrente Lamapopoli. L’area prospiciente era adibita, in età tardoantica, a uso sepolcrale. Al centro dell’area funeraria sono visibili i resti di una piccola basilica con datazioni oscillanti tra il VI e l’VIII secolo.

Prof.ssa De Sanctis, come sarà possibile conoscere, conservare, ma soprattutto tutelare il complesso di Lamapopoli?

«Nel 2010 la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ha istituito l’Ispettorato delle catacombe della Puglia che, come in altre Regioni, è l’organo istituzionale preposto alla loro conservazione e tutela, in virtù del Concordato del 1984. Nel 2016 è stato possibile iniziare interventi di messa in sicurezza e tutela, proseguiti nel 2017. In realtà “conoscere, conservare, tutelare” non corrispondono a tre momenti separati temporalmente, ma a tre aspetti che si integrano e si completano reciprocamente. Per le specifiche caratteristiche ambientali e strutturali, il complesso catacombale di Canosa propone e impone, forse più di altri, l’interazione e l’integrazione dei metodi d’indagine fra archeologia e restauro: lo scavo stratigrafico, per raggiungere i piani rocciosi originari, è una azione funzionale e inscindibile rispetto a quella conservativa, cioè l’azione controllata di rimozione della terra che si è adattata ai tempi degli interventi di conservazione».

Come avete proceduto nei lavori?

«Si è gradualmente cominciato a programmare gli interventi in maniera che scavo archeologico e restauro potessero procedere simultaneamente, come due aspetti di una stessa azione. Si sono dunque attuati primi interventi di consolidamento e stabilizzazione a lungo termine delle pareti rocciose e delle strutture murarie antiche, riallettamento e consolidamento di rivestimenti conservati in situ, il ripristino e risarcimento a medio e lungo termine di strutture di sostegno.

Tale approccio di lavoro sul campo è stato reso possibile dalla integrazione di diverse professionalità di alto livello specialistico con metodi e strategie complementari in merito alla conservazione e al restauro, della dott.ssa Velia Polito, alla documentazione scritta, grafica, fotografica e restituzioni 3d, del dott. Marco Campese, all’indagine archeo-antropologica delle sepolture, della dott.ssa Ginevra Panzarino, e alle maestranze specializzate della Pontificia Commissione.

Quali le novità sul piano scientifico di questo primo intervento?

«Le indagini e rilevazioni pregresse hanno finora evidenziato l’esistenza di circa 15 insediamenti ipogei indipendenti, provvisti di ingresso autonomo, attivi tra la metà del IV e la metà del VI secolo. Al momento è stato possibile avviare l’indagine in cinque insediamenti, mentre gli altri rimangono solo parzialmente visibili e percorribili. Ogni nucleo presenta problemi che richiedono l’applicazione di soluzioni, a breve, medio e lungo termine, da studiare e programmare nel tempo, adattandole ai singoli contesti.

In quali condizioni avete trovato il sito?

Quasi tutti gli ipogei conservano la volumetria originaria, anche se manomissioni interne, cedimenti delle volte e dei diaframmi, intervenuti in momenti non determinabili con certezza, ma comunque successivi all’abbandono, hanno creato passaggi interni tra insediamenti diversi, rendendoli parzialmente comunicanti.

Come pensate di procedere, a questo punto?

«Lo stato e le modalità di conservazione degli ipogei variano a seconda se siano stati parzialmente accessibili e percorribili nel tempo, fino ai giorni nostri , la cosiddetta “catacomba di santa Sofia”, oppure se abbiano subito un graduale processo di obliterazione derivato dalla sovrapposizione di strati di crollo e depositi alluvionali che di fatto hanno maggiormente salvaguardato l’integrità delle singole strutture sepolcrali (ipogei F, G). In linea di massima, le attività di violazione e spoliazione non hanno interessato le sepolture poste a livelli più bassi portate alla luce con l’indagine archeologica. Oltre ai loculi, l’ipogeo presenta arcosoli (sepolcri arcati), anche polisomi, e tombe pavimentali e sono state finora individuate 115 sepolture. Queste caratteristiche trovano stringenti confronti con alcune catacombe dell’Italia Centromeridionale. Una caratteristica comune a tutti gli ipogei è l’uso di rivestimenti in intonaco per coprire la superficie fortemente irregolare e disomogenea del banco calcarenitico o come supporto di decorazioni e iscrizioni funerarie dipinte spesso connotate dai “segni dell’appartenenza” al cristianesimo per eccellenza: i monogrammi cristologici costituiti dalla sovrapposizione delle prime due lettere, Chi e Ro, del nome di Cristo in greco: Chr(istós), Cr(istÕj)».

Quale ritiene, in conclusione, possa essere il futuro di questo complesso catacombale?

«Il sito di Lamapopoli è caratterizzato dalla eccezionale compresenza di un notevole patrimonio storico e archeologico insieme ad una ricchezza di tipo paesaggistico e naturalistico, elementi che lo rendono unico nel panorama regionale e sollecitano una riflessione sul piano della valorizzazione e fruizione. La Pontificia Commissione proseguirà nella sua attività di salvaguardia, ma solo un’azione sinergica e coordinata di tutte le istituzioni può realizzare un progetto più ampio che gradualmente renda fruibile il sito nel suo complesso».

paolo.pinnelli@gazzettamezzogiorno.it

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