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Venerdì 24 Novembre 2017 | 16:04

immigrazione

Accolti, ma lontano
da tutti e da tutto

Disagi e ozio forzato per 31 richiedenti asilo sistemati in un ex bed&breakfast tra Ruvo e Corato la vita nei nostri «cas»

Accolti, ma lontano da tutti e da tutto

Enrica D’Acciò

Ruvo L’accoglienza a Ruvo è davvero «straordinaria». Il Cas, il Centro per rifugiati e richiedenti asilo della città, a due passi dal borgo di Calendano, si trova in una masseria del ‘700, riadattata negli ultimi anni a bed&breakfast. È un contesto bellissimo, immerso nei colori dell’Alta Murgia, luogo perfetto per il relax, le passeggiate, il buon cibo. Ma per chi non ha i documenti, non ha un lavoro, non ha una casa e vive in attesa di un sì dalla Commissione territoriale rifugiati, questo luogo bellissimo della campagna di Puglia diventa una gabbia dorata, in cui l’unica cosa da fare è non fare niente e aspettare. Distante 9 chilometri da Ruvo e 10 da Corato, sperduto fra vigne, uliveti e masserie, non è servito da mezzi pubblici. Per la fermata più vicina bisogna raggiungere il borgo di Calendano, e per raggiungerlo ci vogliono almeno quindici minuti a passo spedito lungo la provinciale che, in piena Murgia, collega Ruvo a Gravina. Qui non arriva nessuno, se non il personale della cooperativa Cometa che gestisce il Cas. Qui, l’accoglienza c’è ma l’integrazione è ancora da venire.

La struttura Arriviamo nella struttura in una delle ultime calde mattinate di ottobre, accompagnati da uno dei proprietari della masseria, ma non di quella destinata ai migranti. Gli alloggi dei 31 ospiti, provenienti per lo più dall’Africa sudsahariana, fanno parte di una struttura molto più grande, organizzata in diversi immobili, di epoche diverse. Il nucleo più antico è una masseria, con stalle annesse. Ci sono poi dei trulli e una struttura molto più moderna, che ha ospitato, qualche anno fa, un ristorante molto noto. L’intero complesso è diviso fra 4 eredi, divisi a loro volta da 40 anni di contese legali. La struttura era di fatto inutilizzata quando, ad agosto, la parte adibita a bed&breakfast è stata messa a disposizione della prefettura per ospitare il centro di accoglienza straordinaria. Gli ospiti erano inizialmente 17, adesso sono 31, secondo una logica emergenziale che consente alla prefettura di effettuare più invii di quanti inizialmente previsti. I numero dell’accoglienza, infatti, tendono a crescere sempre.

Gli ospiti Ci sono anche due famiglie, con due bambine molto piccole: 2 mesi e un anno e mezzo. Prima di arrivare a Ruvo, sono stati al Cara di Palese oppure ospiti di un altro centro di accoglienza straordinario, a Sannicandro. Molti di loro non parlano italiano e per questo si fa avanti Adam. Si presenta così perché, dice, il suo nome somalo è troppo difficile da pronunciare per gli italiani. Racconta di essere in Italia da circa un anno, di essere stato a Sannicandro, prima, e di essere stato trasferito qui a Ruvo. Perché questo trasferimento? Adam si stringe nelle spalle. Cosa si fa, tutto il giorno, qui a Ruvo? Adam si stringe di nuovo nelle spalle. La mattina scuola, in uno dei locali della masseria, il pomeriggio si gioca a pallone, sempre qui nella masseria. Esci mai? «Solo qualche volta in bici», ci racconta, mostrando la sua mountain bike, ma. «Andare è easy, tutta discesa, tornare è dura». Hibraim, anche questo, forse, un nome scelto per comodità, racconta che qualcuno va a piedi a Corato e a Ruvo, oppure arriva a Calendano per prendere poi l’unico autobus di linea. ‘Ma questa scarpe non vanno bene’, dice, mostrando le sue infradito. Ci affacciamo nelle stanze dell’ex bed&breakfast, ora destinate a questa comunità multietnica. Le stanze da letto sono spartane ma pulite e ordinate. Ci sono stanze da due, da tre, da cinque, dice Hibraim. Bagno in comune, doccia calda sempre. Il cibo arriva con il catering, in piatti di plastica coperti da cellophane, come quelli dell’ospedale. Nello spazio esterno, una sorta di terra di mezzo, qualcuno ascolta musica francese da un cellulare attaccato ad un amplificatore. Adam e Hibraim sembrano quieti, in attesa di qualcosa che deve prima o poi arrivare. La cosa che manca di più? ‘Il lavoro. A Sannicandro raccoglievo ciliege’, dice Adam. E adesso? ‘Adesso niente’.

Il proprietario della struttura – Il centro di accoglienza di Ruvo non è la sola struttura extraurbana adibita a centro di accoglienza. Gli operatori del settore conoscono molto bene il centro di accoglienza di Modugno, con accesso diretto sulla provinciale 231, l’ex statale 98, il centro nelle campagne di Corato, a San Magno, a 5 chilometri della città, e il centro aperto fra Gravina e Poggiorsini. Ex capannoni o ex strutture ricettive riciclati per il business dell’accoglienza, in barba alle più sensate norme del vivere civile, cioè del vivere fra la gente. Antonio Mastrodonato è uno dei proprietari della struttura, ma non della parte che oggi ospita il centro. «E’ uno strazio, vedere tutti questi giovani, forti, in salute, disponibili, costretti tutto il giorno a non far niente. C’è tanto spazio, qui, potrebbero gestire un orto e cucinare nella cucina industriale a disposizione. Invece no, altrimenti si perde il servizio di catering. Hanno a disposizione un pulmino ma a me sembra che sia sempre fermo qui. Vanno in bici a Ruvo ma fra poco, con l’inverno, come faranno a allontanarsi? E chi mai darà loro un lavoro se continuano a stare nascosti qui dentro? Come faranno a integrarsi se, per tutto il giorno, non vedono e non conoscono nessuno? Così com’è, l’accoglienza è solo un business». Un business evidentemente a danno di altri. «Con il centro di accoglienza sistemato qui, che possiamo farne, noi, di tutto il resto della struttura?».

Il gestore Il giovanissimo direttore del centro di accoglienza, gestito dalla cooperativa sociale Cometa Onlus, canta naturalmente un’altra messa. «E’ la prefettura che, a seguito di sopralluogo, ha accreditato questa struttura, con tutti i servizi previsti: lezioni di italiano, mediazione culturale, medico, psicologo, assistente sociale, personale di pulizia. Il pulmino è a disposizione per i servizi di trasferimento a Bari, in prefettura, e per le altre esigenze degli ospiti. Tutto secondo gli standard e i requisisti organizzativi richiesti dalla prefettura che periodicamente invia ispettori per valutare la regolarità delle attività». Tutto in ordine, dice la prefettura, la cui logica emergenziale e amministrativa non tiene conto, evidentemente, dei chilometri che bisogna fare a piedi anche solo per incontrare qualche faccia nuova. La cooperativa Cometa onlus, così come le altre cooperative che gestiscono i centri di accoglienza, rispetta i servizi standard, dice la prefettura. Ma l’incontro, l’integrazione? «Siamo aperti solo da agosto – riprende il direttore della struttura - ma abbiamo già attivato servizi e contatti con le scuole, le associazioni e le parrocchie di Ruvo. Attiveremo corsi e laboratori con la cittadinanza e percorsi per l’inserimento lavorativo». Le iniziative di integrazione, chissà perché, si declinano sempre al futuro: saremo, faremo, vedremo.

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