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Il sindaco di Barletta

Cascella: non mi candido
per il secondo mandato

Cascella: non mi candido  per il secondo mandato

di Rino Daloiso
BARLETTA - Non ci sarà un’altra disfida elettorale per il sindaco Pasquale Cascella. La sua corsa amministrativa finirà nella prossima primavera. Lui non concorrerà alla conquista di un secondo mandato.
Lo ha detto nella riunione della direzione provinciale del Partito democratico, che si è tenuta l’altra sera a Trani. Né, si dimetterà dopodomani, 12 settembre, termine ultimo che i primi cittadini hanno a disposizione per sgomberare il campo dalla causa di ineleggibilità, se vogliono aspirare a un seggio in Parlamento. Cascella porterà a termine il suo mandato e poi stop.
«Sono qui - ha detto all’assemblea del Pd - perché ritenevo, prima di rendere pubblica la notizia, che ci fosse un passaggio all'interno del partito durante il quale comunicare la mia volontà di non ricandidarmi e dar modo così al segretario di adoperarsi per il futuro della coalizione e dell’amministrazione della città».
Reazioni? Non pervenute. Eppure quelle parole, in un’epoca nemmeno tanto lontana, avrebbero quantomeno aperto un dibattito, innescato una verifica, suscitato una discussione. Invece, niente di niente. Neppure il segretario regionale e provinciale, Marco Lacarra, vi ha fatto riferimento nelle sue conclusioni, al termine dall’assemblea che non è riuscita a dar corpo alla commissione per il congresso provinciale e quelli cittadini. Provvederà lui, ascoltati i maggiorenti del partito (il neoassessore regionale Filippo Caracciolo, il consigliere regionale Ruggiero Mennea, l’on. Francesco Boccia, il consigliere regionale Sabino Zinni) a delineare, manuale Cencelli post primarie alla mano, la fisionomia dell’organismo.
Che, alla fin fine, si è rivelato l’alibi per non affrontare le motivazioni, le cause e gli effetti della decisione di Cascella: solo quello era il punto all’ordine del giorno, di altro non si poteva parlare, che ci volete fare?
Sindaco Cascella, perché ha deciso di non ricandidarsi?
«Ho deciso di terminare fra alcuni mesi la mia esperienza alla guida della città, perché qui bisogna ricostruire subito alleanze, programmi e regole per le prossime scelte elettorali del centrosinistra. Vorrei contribuire con questo gesto di chiarezza È il mio contributo alla responsabilità, a rimuovere ogni alibi, a recuperare gli obiettivi del mandato fino all'ultimo».
Ma non è anche un’ammissione di sconfitta? Il sindaco o il presidente che ha bene amministrato in genere viene riproposto al vaglio degli elettori.
«No. Avevo accettato la candidatura in una situazione eccezionale, come tale irripetibile. Ho cercato di far fronte al mandato con tutta la determinazione possibile e chi non ha pregiudizi è in grado di valutare i risultati acquisiti, nonostante resistenze e difficoltà di ogni genere. Così adesso posso perseguire gli obiettivi di fine mandato in piena libertà».
Non trova strano che lei abbia comunicato questa non marginale scelta alla direzione provincale del suo partito e nessuno abbia fiatato per chiedere spiegazioni e interrogarsi sulle prospettive di una delle città capoluogo della Provincia?
«L'ordine del giorno era un altro. Forse il mio intervento ha spiazzato parecchi. Diciamo che era una variante sul tema congressuale: non posso sostenere politiche per l'unità del centrosinistra ed essere considerato, nella mia città, elemento di divisione rispetto alla coalizione riformista di cui c'è bisogno. Ripeto, è il mio contributo di coerenza e rigore politico».

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