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Venerdì 24 Novembre 2017 | 23:22

urbanistica

Un museo può rilanciare
il borgo antico di Canosa

Un museo può rilanciare il borgo antico di Canosa

di Paolo Pinnelli

CANOSA - Canosa, centro storico. È stato uno degli argomenti «comuni» a tutte le coalizioni nella campagna elettorale appena conclusa. Spenti i riflettori, resta una situazione critica di un’intera zona le cui criticità connotano la Canosa odierna. Ma quali le cause che hanno determinato l’attuale decadenza e soprattutto: può esserci la possibilità concreta di rinascita etico-civile e culturale della cittadella medievale?

Ecco l’opinione del prof. Matteo Ieva, docente di Progettazione Architettonica e Urbana del Politecnico di Bari, alla luce di una recente ricerca scientifica coordinata con i proff. Diaferio, Rignanese e Rossi, e discussa da alcuni studenti del Corso di Architettura del Politecnico barese.

Prof. Ieva, quale è la situazione attuale del centro storico canosino?

«L’inspiegabile trascuratezza degli ultimi decenni, insieme al progressivo abbandono del costruito a favore del “mito del nuovo”, ha prodotto una non trascurabile involuzione del borgo medioevale che si è, peraltro, accompagnata all’altro sintomo che ricorre tipicamente in questi luoghi costituito dalla criticità che si rilegge nel progressivo amplificarsi dei fenomeni di decadimento sociale, quale espressione colpevole di una comunità che si arrende a un inammissibile, quanto contraddittorio, declino civile.

Questo binomio di situazioni, pure amplificato dalla relativa condizione di perifericità cui si trova attualmente il centro antico, a causa dello “sviluppo lineare” che la città ha avuto a partire dal XIX secolo, sta producendo una condizione che si traduce nell’eccessivo decadimento del costruito, di gran lunga analogo agli effetti che si osservano in quei luoghi degradati della cosiddetta ”città informale”, connotata da una radicalizzazione dell’individualità e dalla totale indifferenza verso i valori comuni, responsabile, nel tempo, della perdita dei caratteri costruttivi, linguistici, architettonici consolidati. E infatti, il mix sociale ed etnico-culturale che definisce attualmente il sostrato della popolazione residente nella cittadella medioevale, pur garantendo la sua vitalità, sta producendo, anche a causa di un’inspiegabile e strutturale distrazione collettiva, un gravissimo disfacimento e il progressivo “consumo” dei caratteri tipici del borgo.

Non solo: non le sembra una zona destinata a restare isolata?

«L’assenza di servizi collettivi e di attività ordinarie, che generalmente danno vita a processi naturali che incoraggiano le relazioni sociali, l’ha già relegata al ruolo di quartiere dormitorio. Ciò mostra, dunque, una indubbia problematicità che può essere contenuta solo se lo si immagina come parte indispensabile, strettamente necessaria al funzionamento globale ed organico dell’intera città. E, come è noto, intendere l’insieme urbano come un unico organismo, in cui tutte le parti partecipano unitariamente, significa riconoscere il valore “differenziale” di ogni parte componente, a cui va attribuita la proporzionale importanza in termini di complementarietà.

Certo, l’accennata condizione di “perifericità”, causata proprio dallo sviluppo lungo le direttrici per Andria, Lavello e Barletta, ma soprattutto l’irragionevole costruzione della zona di espansione Peep avvenuta in meno di 20 anni, con un numero di vani eccessivo in rapporto al fabbisogno reale di nuovi alloggi, ha spostato l’asse “nodale” urbano (coincidente con il luogo che assolve alle funzioni sotto il piano economico-commerciale e terziario) proprio lungo il tratto che va dalla Concattedrale di San Sabino a via Kennedy. Il nuovo quartiere in zona 167 e l’attrattiva verso la parte più “baricentrica” della città ha, progressivamente, portato allo spopolamento di alcune parti dell’insediamento, al punto che già agli inizi del 2000 la percentuale di abitazioni inoccupate era molto alta (più del 25%) e, di questa, la maggior parte era proprio concentrata nella Canosa storica».

Si è quindi realizzato un progressivo depauperamento del luogo considerato “rifugio” per le classi sociali meno agiate. Cone è potuto accadere?

«È accaduto che le classi sociali più deboli trovandosi in una condizione abitativa che esprimeva, spesso, una forma di arretramento tipologico rispetto agli standard odierni, hanno intrapreso iniziative personali di modificazione dell’esistente, disattendendo le poche, disorganiche prescrizioni dello strumento di tutela (Piano di Recupero) e producendo una forma, confusa e incoerente per i caratteri della cittadella, di istintiva spontaneità».

Come tentare, allora, di porre rimedio o invertire l’attuale tendenza?

«Difficile fare una previsione, specie se questa è pensata unicamente come azione di tutela del costruito. Il “recupero” edilizio e sociale dell’antico borgo medioevale deve passare attraverso una precisa strategia che va perseguita mediando i diversi ambiti entro cui si può prevedere la sua concreta rinascita. E non sono, evidentemente, sufficienti le fantasiose ipotesi di “riuso” dell’insediamento storico a fini diversi rispetto a quelli che l’hanno visto nascere, come è stato spesso proposto di recente. È città nella pienezza di significato ed esprime pure quella verità che permette di riconoscere le origini di una civiltà, in quanto espressione autentica delle culture che vi si sono stratificate. Occorre, dunque, avviare un processo, graduale ma sistematico, che provi a invertire l’odierna tendenza restituendo al centro storico di Canosa una significatività, tanto vera, quanto autentica, nell’ottica di una fattuale rinascita. Si potrebbe dire: un “nuovo Medioevo”».

Ed allora quali le azioni da promuovere per una rinascita ordinata e razionale?

«E’ necessario costruire un quadro programmatico che deve coniugarsi ad una visione organica dei problemi che tenga conto, anche e soprattutto, delle “virtù” specifiche che Canosa mostra nella sua totalità. Quindi, il problema della “rinascita” sociale, culturale, edilizia, economica della parte storica, come opportunità di recupero non solo quindi esclusiva dell’abitare tradizionale, non può essere dissociato da quello della convenienza che si avrebbe con la valorizzazione del patrimonio archeologico e monumentale e con la risposta che si potrebbe generare non solo in forma turistica ma, potenzialmente, come migrazione permanente o semi-stanziale, di popolazione interessata a occupare, recuperandolo, il costruito storico.

Dunque, una strategia che non guardi alle questioni separatamente, ma costruisca concretamente la possibilità di attivare, con azioni mirate e sistematiche, relazioni simbiotiche che favoriscano il rilancio della compagine sociale insieme al rinnovamento rigenerativo dell’intero costruito urbano».

Farebbe un esempio concreto?

«Un ruolo importante può essere, ad esempio ricercato attraverso l’inserzione nel tessuto esistente di un elemento architettonico dalla forte carica simbolica. Considerato che la città vanta un considerevole patrimonio di beni archeologici anche di natura mobile (vasellame, ori, epigrafi, statue, corredi funerari), si potrebbe ipotizzare la realizzazione di un museo archeologico nazionale; iniziativa peraltro intrapresa alcuni anni fa grazie a un finanziamento erogato con la Legge Speciale per i 150 anni dall’Unità di Italia che, però, è stato annullato nel 2009, a seguito del recupero fondi causato dai tragici eventi dell’Aquila.

La proposta da noi formulata, alternativa all’opinione di alcuni esponenti locali, che hanno suggerito il recupero parziale di un edificio scolastico degli inizi del XX secolo, persegue ostinatamente la scelta intrapresa nel 2005, perché ritenuta senza dubbio più convincente, se non altro per l’efficacia “iconica” che susciterebbe anche in rapporto alle dinamiche attualmente in corso a livello mondiale. E infatti, la preferenza alla realizzazione di un museo in un edificio esistente conseguirebbe un modesto risultato considerato che oggi la pratica espositiva, molto diversa scientificamente rispetto ai sistemi allestitivi del passato, richiede un’articolazione strutturale degli spazi misurata sul tipo di reperti da ospitare. E poi, non va trascurato che i musei organizzati in base all’accezione classica sono molto diffusi anche in Puglia e, quasi tutti, accolgono resti della fase apula e/o romana. Oggetti che troverebbero posto, tra l’altro, anche nel museo di Canosa. Ne consegue che una replica di ciò che è attualmente il sistema museale regionale, penso non possa soddisfare il risultato atteso. A questo proposito, considerato che le nuove “icone” della contemporaneità, come dimostrano le numerose iniziative intraprese in molte città, e non solo europee, sono proprio e soprattutto i grandi musei, le biblioteche e gli auditorium che, superando il puro ruolo funzionale di strutture di servizio, vanno alla ricerca di valori diversi, anche di tipo “mediatico” (si veda il caso del Guggenheim Museum a Bilbao), è stato proposto, nell’area di Piano San Giovanni destinata dal PUG a museo archeologico: un complesso di organismi speciali in cui emerge proprio l’edificio del museo. L’assetto strutturale-distributivo dell’insieme stabilisce un rapporto di congruenza anzitutto con la testimonianza storica qui presente: il battistero costruito dal vescovo Sabino nel VI secolo di cui sopravvivono le strutture murarie, a fianco ai resti della basilica di S. Maria, solo in parte scavata, e quelli della chiesa del Salvatore sorta di fronte al battistero».

Quale sarebbe, in sintesi, il progetto di questo nuovo museo nazionale?

«L’insieme progettato presenta: un edificio recinto che si pone come “confine” relativo rispetto all’intorno squalificato, in cui è ospitata la scuola di restauro con le aule e gli annessi laboratori; il museo che lascia libero il piano terra in previsione di un sostrato archeologico fruibile e si organizza su 3 livelli superiori; l’auditorium che conclude la sequenza e si rapporta direttamente allo spazio esterno e al sistema di edifici speciali esistenti (scuole e biblioteca regionale). Tutto il complesso è unificato da una copertura in acciaio e vetro che lega l’intero sistema e utilizza la terrazza del museo e dell’auditorium a guisa di belvedere sull’area archeologica sottostante e verso la collina dei SS. Quaranta Martiri, sede del tessuto storico, ben visibile da tale posizione».

E riguardo alla cittadella medievale, come si dovrebbe procedere al recupero?

«Si dovrebbe mettere a sistema il recupero degli edifici esistenti realizzando una trasformazione “congruente” dei tipi, mediante rifusioni nel caso dell’edilizia abitativa, e/o accorpamenti nel caso dei palazzi. In una ipotesi progettuale avanzata dopo alcuni approfonditi studi sul costruito storico, eseguiti con la tesi di laurea da me coordinata c con i colleghi proff. M. Diaferio, L. Rignanese e G. Rossi ed elaborata dai laureandi Greco, Mazza, Parlante, Pedone, Petruzzella e Sarcina, sono state considerate alcune parti di tessuto sufficientemente omogenee e rappresentative del contesto storico come, ad esempio via Flavio Quinzio, via Sabina, via Stalingrado, piazza Castello, e su queste ci si è concentrati costruendo, attraverso la dialettica ante e post operam, opere di ripristino della leggibilità della cittadella stessa. Particolare attenzione è stata data ai pochi esempi di palazzo esistenti su via Sabina, attualmente molto trasformati rispetto alla probabile origine cinque-seicentesca. Lo studio degli ingredienti stilistici e linguistici ancora presenti, insieme a un’analisi comparativa eseguita su edifici tipologicamente affini del contesto territoriale circostante, in cui compaiono palazzi dagli analoghi caratteri, ha permesso di elaborare un’ipotesi affascinante ma realizzabile, di restituzione della leggibilità della cittadella, che tiene conto anche delle mutazioni, considerate integrate e ormai radicate nel “costume edilizio” della città».

paolo.pinnelli@gazzettamezzogiorno.it

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