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Lunedì 20 Novembre 2017 | 13:00

una pagina di storia

Barletta, 151 anni fa
l'eccidio degli evangelici

Accadde il 19 marzo del 1866 in via Nazareth, ecco perché

di Renato Russo *

Barletta fu teatro - il 19 marzo 1866 - di un drammatico avvenimento, la morte di cinque protestanti della locale Chiesa Evangelica, che ebbe risonanza nazionale (la vicenda fu dibattuta nella seduta parlamentare del 20 aprile). A distanza di oltre 150 anni, la chiesa locale – per bocca del suo arcivescovo mons. Giovan Battista Pichierri – ha espresso pentimento per quel tragico evento, e nell’anno della Misericordia ha voluto rendere una testimonianza all’invito del Santo Padre, manifestando contrizione per quella pagina efferata.

Il ravvedimento, che ha un significativo valore morale e che certo non coinvolge direttamente la Chiesa di quel tempo né tanto meno quella di oggi, si riveste però di un forte significato simbolico come tangibile segnale di una ritrovata fraternità nell’amore in Cristo. Oggi le due chiese di Barletta – quella cattolica e quella evangelica – hanno convenuto, ciascuna, di murare una targa riparatoria a memoria di quei tragici accadimenti, il significato del cui gesto è frutto di una ponderata riflessione da parte del nostro Clero. Ma perché questo ripensamento sul fatto sia il meditato esito di una profonda analisi di coscienza, crediamo sia preliminarmente opportuno ricordarne fatti, misfatti e retroscena.

il nucleo originario Il nucleo originario della Chiesa Evangelica di Barletta era nato nel 1865, nel pieno del processo unitario nazionale, ad opera di Gaetano Giannini originario di Firenze dove, nel 1854, si era convertito alla Chiesa Battista della quale era diventato un solerte diacono. Si era quindi trasferito a Barletta, dove aveva dato vita alla locale Chiesa Evangelica la quale, in poco tempo, aveva reclutato circa sessanta adepti che si riunivano in un edificio in via Nazareth che Giannini usava anche come abitazione, di proprietà di tale Filippo Fusco. Scopo dichiarato della sua attività era quello di promuovere l’istruzione della povera gente attraverso la sua alfabetizzazione, e quindi attraverso la lettura e la conoscenza della storia. Con questo, il proposito di convertire i barlettani al suo credo religioso che peraltro predicava con un linguaggio moderato, senza indulgere ad accuse contro il papato e contro il clero. Opera di apostolato comunque mal vista e osteggiata, oltre che dal clero locale, dalla popolazione, in misura diversa però, perché mentre la stragrande maggioranza del popolo era tollerante, c’erano anche alcuni fedeli più accesi, specialmente quando l’efficace opera predicatoria del Giannini cominciò ad essere penetrante e a contare numerosi proseliti.

Per capire l’atmosfera tesa che si respirava in quegli anni a Barletta, che aveva inasprito gli animi alla vigilia della sommossa, bisogna contestualizzarla con la tremenda epidemia di colera che, fra la seconda metà ‘65 e gli inizi del ‘66, aveva colpito la città, una condizione di sofferenza aggravata dalla siccità che quell’anno aveva prodotto un misero raccolto di grano, determinando fra la popolazione – specialmente quella meno abbiente – una grave penuria alimentare e una grande tensione sociale. Situazione che i più accesi fra i denigratori del nuovo culto attribuirono all’attività pastorale del Giannini e alla sua perniciosa predicazione.

Disperazione e angoscia si leggevano sui volti dei più: dopo l’epidemia, la carestia! Sembrava veramente che una maledizione divina si fosse abbattuta sulla città, mentre il Governo ignorava e respingeva le richieste di soccorsi che in simili frangenti neppure il regime borbonico aveva negato. Si faceva così sempre più largo la superstizione, alimentando la credenza in quanti cominciarono a dar credito a quegli esaltati che fomentavano odio verso gli evangelici, attribuendo loro le peggiori sventure che avevano colpito Barletta.

l’animosità La crescente animosità era intanto alimentata dal pulpito di alcune chiese, poche in verità, nelle quali alcuni sacerdoti – nostalgici del regime borbonico – loro pure attribuivano le drammatiche condizioni di vita della popolazione agli evangelici e al nuovo governo piemontese che tollerava quella malefica presenza.

La sommossa, che avrebbe generato la strage, non fu la conseguenza di un gesto sporadico e occasionale ma, come risulterà in seguito dalle carte processuali, fu la realizzazione di un vero piano premeditato “così che a Barletta – racconta il cronista – fu iniziata contro i protestanti una propaganda di odio accendendosi il fuoco della discordia. Un lavoro di parecchi mesi, vere istigazioni private e pubbliche, non disgiunte da subdole pratiche, che produssero l’effetto voluto, una sommossa popolare…”.

Tutto ebbe inizio il primo pomeriggio del 19 marzo quando un Commissario di Pubblica Sicurezza intercettò – nella vineria di Fedele di Troia su Piazza Plebiscito – un gruppo di scalmanati che, eccitati dai fumi dell’alcol, inveivano a gran voce contro i protestanti, giurando che ne avrebbero fatto una strage. Il delegato di polizia, aiutato dai suoi agenti, pensò bene di recludere questi facinorosi nel reclusorio della Sottoprefettura che a quel tempo era ubicata nei locali del palazzo un tempo sede del Conservatorio del Monte di Pietà, su corso Garibaldi 113, di fronte a palazzo De Martino.

Usciti dall’osteria e radunatisi sulla cosiddetta “Piazza del Palazzo” (oggi Massimo d’Azeglio) a quegli agitatori si associarono un centinaio di popolani avviandosi tutti verso corso Vittorio Emanuele, ignorando le ripetute intimidazioni degli agenti della Pubblica Sicurezza che cercavano invano di indurli a più miti consigli. Quella moltitudine, anziché proseguire per Corso Garibaldi sede della Sottoprefettura, svoltò su via del Pesce (via Nazareth) dove, all’inizio della strada, abitava ed era il luogo di culto del pastore Giannini.

Presi da un cieco furore distruttivo, i rivoltosi dopo aver devastato il pianterreno e ferito il padrone di casa Filippo Fusco e sua moglie Cristina Petrucci, al piano superiore catturarono Giuseppe Delcuratolo che cercò di contrastare quell’orda accecata dall’odio dalla quale fu travolto, bastonato e precipitato dalla finestra sul selciato sottostante e dato quindi al rogo che su piazza Federico II (piazza Caduti) era stato frattanto appiccato alle suppellettili del Giannini. Del pastore però, il vero obiettivo dell’aggressione, nessuna traccia perché, avvisato per tempo, s’era dato alla fuga attraverso i tetti, trovando rifugio presso la casa di un suo amico, il canonico Rizzi, un prete liberale con un passato di garibaldino.

Impotenti ad arginare quell’incontenibile furia devastatrice, e temendo per la propria vita, gli agenti di polizia s’erano frattanto dispersi, specialmente dopo che un loro delegato, scambiato dalla folla per un evangelista, era stato brutalmente percosso e ferito al volto con un coltellaccio.

Non paghi di queste efferatezze, alcuni energumeni, poc’oltre via Nazareth, di fronte alla chiesa del Sepolcro, intercettarono il giovane Ignazio Lanza, che fu fatto oggetto di ingiurie e percosse. Datosi alla fuga, fu però inseguito fino a largo Castello, per poi essere barbaramente ucciso. La stessa sorte toccò a un altro giovane, il barbiere Francesco Peres che venne prima percosso in via Mariano Santo e quindi ucciso davanti alla chiesa di S. Maria della Vittoria (S. Pasquale). Stessa fine fecero il sellaio Ruggiero D’Agostino e Domenico Crosciulicchio.

Il tumulto Quindi la folla tumultuante – in uscita da via Nazareth - si diresse verso la Sottoprefettura, su corso Garibaldi, dove, avuta ragione dei pochi Carabinieri che la presiedevano, ne invasero gli uffici distruggendo mobili e suppellettili, raggiungendo l’ufficio del Sottoprefetto che invano aveva cercato di calmare i rivoltosi, fatto oggetto anzi del lancio di sassi che lo ferirono gravemente al volto, e che si salvò guadagnando una via di fuga sui tetti.

Le forze dell’ordine, frattanto rafforzate dalle truppe militari, riavutesi dalla sorpresa e dalla inaudita violenza degli aggressori, affrontarono risolutamente i rivoltosi, e come primo atto dimostrativo arrestarono i due capipopolo, l’uno recante una croce e l’altro una bandiera nazionale. Solo dopo cinque ore di una violenta guerriglia, di saccheggi e di sangue, ritornò la calma e la polizia, arrestati i capi della rivolta e rinforzata dall’arrivo delle forze dell’ordine delle vicine città, prese di nuovo il controllo della situazione. All’arresto di quei primi caporioni, nella stessa serata dei tumulti furono eseguiti altri arresti in nottata.

Inchiesta e arresti Il giorno dopo giunsero in città il Giudice Istruttore, il Procuratore del Re e il Procuratore Generale della Corte di Appello di Trani che dopo diversi giorni formularono l’incriminazione per 232 persone delle quali 166 erano già agli arresti e per altri 66 fu emesso mandato di cattura.

Al termine del processo solo trentasei indagati furono ritenuti colpevoli. Il processo per i fatti di Barletta durò un anno e mezzo. La Corte era costituita dal presidente Teseo de Lectis e dagli assessori (giudice a latere) Salvatore Inchingoli e Achille Borghi. In forza degli articoli 21-22 e 75 del Codice Penale, 568-569 del Codice di Procedura Penale, vennero inflitti diciotto anni di lavori forzati e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici al canonico della Cattedrale don Ruggiero Postiglione e al predicatore padre Vito Maria da Rutigliano (al secolo Angelo Marzovillo), ritenuti i maggiori responsabili della sommossa perché con le loro prediche quaresimali, intrise di fanatismo, avevano eccitato i fedeli contribuendo ad alimentare un’atmosfera di intolleranza nella quale erano maturati quei tragici eventi. Gli altri imputati furono condannati da uno a dieci anni di reclusione.

Il velo dell’oblio fu steso su quei drammatici fatti che la città volle dimenticare tanto che non sono pochi gli storici locali che, quasi per una tacita intesa condivisa, deliberatamente ignorarono questa oscura pagina della nostra storia. L’ultimo atto, prima della loro damnatio memoriae, fu un provvedimento del sindaco Niccolò Parrilli che, nella seduta del Consiglio Comunale del 20 aprile, con determina 223, deliberò di coniare una medaglia di argento “per quegli agenti e quei militari valorosi che avevano concorso a salvare la Patria da maggiori sventure”. Il 9 giugno lo stesso sindaco riceveva a Barletta il colonello Menotti Garibaldi per concertare la grande adunata, in piazza Libertà (Piazza Stazione) dove il 25 giugno sarebbero confluiti 12mila garibaldini dell’Italia del Sud. Il IX Reggimento della Brigata Barletta, costituito dai soli barlettani, al comando dello stesso Menotti Garibaldi, di lì a un mese - il 21 luglio - si distinguerà alla battaglia di Bezzecca contribuendo, con l’eroismo dei nostri garibaldini sulla linea del fuoco, all’unica vittoria sul campo della III Guerra d’Indipendenza. Vittoria che contribuirà, a distanza di pochi mesi dal tragico evento, a ricacciare, nel buio della dimenticanza, quell’esecrando eccidio.

* storico, editore - Barletta

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