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Il delitto di Andria

Omicidio Quercia
ergastolo a un 81enne

Uccise dopo un diverbio il suo operaio 55enne

Omicidio Quercia ergastolo a un 81enne

di ANTONELLO NORSCIA

TRANI - Ergastolo per Pasquale Cristiani, l’81enne andriese accusato dell’omicidio di Nicola Quercia, operaio di 55 anni ucciso in una villetta di Contrada Coppe-Sgarantiello, alla periferia di Andria, il primo luglio 2015.

La sentenza di primo grado è stata pronunciata ieri pomeriggio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Trani Maria Grazia Caserta dinanzi a cui si è celebrato il rito abbreviato chiesto dall’avvocato Riccardo Dell’Olio.

Nel corso dell’arringa il difensore di Cristiani (subentrato a due colleghe) ha reiterato la richiesta di una perizia medico legale per accertare sia lo stato di incapacità d’intendere e di volere al momento del delitto, sia la presunta impossibilità dell’imputato di esser parte processuale in quanto l’anziano (già affetto da diverse patologie che spesso lo costringono all’infermeria del carcere) non si renderebbe conto delle dinamiche del procedimento penale, di cui dunque non avrebbe piena cognizione.

Ma il gup, che già in passato, aveva rigettato le istanze, ieri ha emesso la pesante sentenza di primo grado.

La requisitoria del pubblico ministero Simona Merra (che in udienza ha sostituito il collega Michele Ruggiero titolare del fascicolo d’indagine) si era conclusa proprio con la richiesta di ergastolo.

le accuse Cristiani era stato accusato di omicidio volontario aggravato e detenzione illegale di arma da fuoco: in pratica la pistola “Beretta” calibro 7,65 da cui furono esplosi i 4 colpi che uccisero Quercia.

Le indagini dei Carabinieri portarono a ritenere che il movente si basasse su un presunto diverbio, per la richiesta di Quercia di vedere pagati da Cristiani alcuni lavori svolti in quel podere. Ma il movente dell’omicidio non è stato mai pienamente delineato. Anche perché dopo il fattaccio Cristiani si chiuse in un assordante silenzio.

Movente sconosciuto anche al genero di Cristiani, testimone di due telefonate intercorse tra Quercia ed il suocero, dell’incontro in campagna e della sparatoria.

Vista, dunque, dallo stesso genero che aveva accompagnato Cristiani al podere.

Nei minuti successivi alla sparatoria Cristiani avrebbe telefonato proprio al genero (scappato dalla villetta perché terrorizzato) dicendogli di chiamare l’avvocato piuttosto che il 118, “perché questo (Quercia) sta per morire”.

Giunti i soccorsi, Cristiani avrebbe ammesso l’omicidio.

Una dichiarazione resa, però, senza la presenza dell’avvocato e dunque processualmente inutilizzabile.

L’accusa, dunque, si è basata su altri elementi forti di una testimonianza, che di fatto lasciavano pochi margini difensivi. Quercia conosceva Cristiani da diversi anni per via di alcuni lavori in campagna; gli ultimi dei quali forse non saldati.

Cristiani fu fermato poco dopo il delitto.

Il fermo però non venne convalidato dal giudice per le indagini preliminari Angela Schiralli, che ritenne insussistente il pericolo di fuga.

Fu, invece, accolta, la contestuale richiesta di ordinanza di custodia cautelare in carcere formulata dal pm Ruggiero.

Interrogato dal gip, Cristiani (di cui le prime indagini delinearono la presunta indole arrogante da padre-padrone) proseguì nel suo mutismo, avvalendosi della facoltà di non rispondere.

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