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Evasione fiscale

Case «in nero» a Barletta
assolti i re del mattone

Scagionati il figlio e la moglie di Giuseppe Prascina, a sua volta già assolto

Case «in nero» a Barlettaassolti i re del mattone

TRANI - Mentre si attendono le motivazioni per cui la Corte d’Appello di Bari, sovvertendo la sentenza di primo grado, ha dichiarato “non punibili”, e dunque scagionato dalle accuse, l’imprenditore edile barlettano Giuseppe Prascina e suo figlio Alfonso, il Tribunale di Trani assolve dall’accusa, sostanzialmente, di evasione fiscale la moglie del “re del mattone” Anna Maria Francesca Zito e l’altro figlio Francesco Prascina.
Il processo di primo grado in cui erano imputati mamma e figlio, entrambi difesi dall’avvocato Ruggiero Sfrecola, si è concluso davanti al giudice monocratico del Tribunale di Trani, Michela Valente, con la dichiarazione d’improcedibilità dell’azione “per intervenuta prescrizione” in relazione ai periodi d’imposta 2006-2007-2008 e “perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato” per l’anno 2009. Dunque un nulla di fatto per l’accusa sostenuta dalla Procura di Trani in uno degli stralci del processo “Paradisi Perduti”. Nel 2011 l’indagine scoperchiò il sistema del mercato immobiliare barlettano partendo da un servizio della trasmissione televisiva “Le Iene”.
Secondo l’accusa sostenuta dal pubblico ministero Michele Ruggiero, che coordinò le indagini della Guardia di Finanza, tutto ruotava su somme a nero non risultanti dai rogiti notarili (tra il 40 ed il 60% dell’effettivo costo) e dunque non dichiarate al Fisco dagli imprenditori edili o da persone a loro riconducibili.
Un variegato procedimento penale che oltre ai Prascina coinvolse altri imprenditori barlettani del mattone. Lo scorso maggio Giuseppe Parscina e suo figlio Alfonso, anch’essi difesi dall’avv. Sfrecola, furono ritenuti “non punibili”, avendo fatto rientrare in Italia i capitali evasi grazie al cosiddetto “Scudo Fiscale”.
La Corte d’Appello di Bari riformò la sentenza del giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Trani, Francesco Messina, che il 3 Febbraio 2014 aveva condannato Giuseppe Prascina e suo figlio Alfonso rispettivamente a 3 e a 2 anni di reclusione. Con la sentenza d’appello fu disposto il dissequestro e la restituzione ad Alfonso Prascina di un immobile di sua proprietà, che era ancora sotto i sigilli. L’inchiesta del pm Ruggiero ricostruì, ma non potè contestare, anche ulteriori flussi di danaro tornati in Italia grazie alla normativa sul cosiddetto “Scudo Fiscale”. Ma, per la posizione di Giuseppe ed Alfonso Prascina, la Corte d’Appello sentenziò (si è in attesa delle motivazioni) che non si potesse procedere nemmeno per le contestazioni mosse e cioè quelle che la magistratura tranese ritenne escluse dai benefici (anche di natura penale) previsti dalla normativa sullo scudo fiscale: legge n. 102/2009.
Dunque, per vari motivi, tutti i Prascina escono indenni dai procedimenti penali. Il 19 maggio 2011 l’indagine “Paradisi Perduti” contò arresti e sequestri per oltre 4 milioni di euro, disposti dall’allora giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani Roberto Oliveri Del Castillo. Poi alcuni patteggiamenti, diversi imputati scagionati a vario titolo ed una sola condanna.

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