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La storia di Giuseppe e il treno dei sogni

La storia di Giuseppe e il treno dei sogni
di COSIMO DAMIANO DAMATO

TRANI - «La solitudine che se ne va sopra le nuvole. Un sogno brucia alla stazione nord, non mi spaventa, ti aspetterò» cantava un’ispirata Gianna Nannini in Treno Bis. Già il treno, grande metafora della vita, di ciò che poteva essere e non è stato, di ciò che si è perduto, delle stazioni sbagliate, dei viaggi, dei binari paralleli, solitari. E ancora gli incroci, le scelte, i cambi, salire e scendere, gli incontri, i viaggi brevi, quelli lunghi, le partenze assolate e gli arrivi in burrasca. Il calore che manca in inverno, il finestrino che non si apre d’estate, gli odori dei panini con la frittata della mamma divorato nel treno notturno che si ferma per ore in paesi sconosciuti, i centesimi che mancano per il biglietto, i ritardi, le valige rubate, i libri iniziati e mai finiti, i caffè rovesciati per una frenata, insomma, il viaggio della vita. Forse per questo motivo Giuseppe Carbone ogni giorno è seduto sulla panchina del secondo binario della Stazione di Trani ad aspettare un treno che poi non prende mai.

Ha voglia di parlare Giuseppe, la sua postura elegante, la voce composta, il suo esprimersi in un perfetto italiano, fanno quasi dimenticare l’odore della strada che si porta addosso. Sembra un marinaio, anzi ricorda Augusto Daolio dei Nomadi e il Maestro Vitali di Remì. Ma gli occhi scavati e rossi mi fanno intuire che il suo vissuto non è stato facile. Chiede se il suo treno passerà sul secondo binario.
Giuseppe mi racconta la sua storia, chissà se dice la verità, i suoi ricordi appaiono confusi, ma riesce a commuovermi, spingendomi a cercare la verità senza il talento patetico da “Chi l’ha visto?” ma semplicemente raccontando questa storia con la speranza che i suoi fantasmi siano reali e possano andarlo a cercare.

«Sono nato il primo marzo nel 1946, Ho fatto il parrucchiere fino a sessantatre anni , ero bravo. Ho viaggiato molto: da Roma a Milano e Grenoble. Cinque anni fa sono andato via di casa, ho litigato con mia moglie, ed ora sono solo. Vorrei rivedere i miei figli, mi mancano. Non mi cercano, non vogliono vedermi, io non ho mai fatto del male a nessuno, mi hanno fatto fallire - si assenta con i pensieri - Ma arriva qui il mio treno? Vado a trovare mia sorella »

Gli chiedo se crede in Dio «Sì, prego sempre, vorrei rivedere la mia famiglia, ci penso, mi mancano i miei figli, il mio desiderio più grande è riabbracciarli, Michele, Mimmo, Francesca e Vincenzo, il piccolino». Gli chiedo ancora dove dorma. «Qui, in stazione». Non so se sia vero, si sente il malodore ma i suoi vestiti sono tuttavia quasi puliti, veste anche con stile, non ha le scarpe rotte con le dita sanguinanti, le ferite le ha dentro e sono quelle più difficili da riemarginarsi. Arriva il treno, piange, non sale. Mi chiede degli spiccioli per un panino, gli dono due euro, li guarda con diffidenza, «non li capisco questi soldi» come se volesse rifiutare la modernità.

La banchina del binario è affollato da giovanissimi, una famiglia di zingari, dei lavoratori e gente adulta, Giuseppe fa a tutti la stessa domanda, se il treno arriverà, se il binario è quello giusto, ma nessuno gli rivolge la parola. Qualcuno è stranito dal fatto che io mi sia seduto al suo fianco, sopportando l’odore senile, si capisce dal loro riso stretto fra i denti. Dalla iniziale indifferenza sono passati alla curiosità morbosa di comprendere il perché una persona “normale” stia conversando come un amico con un probabile barbone. Chissà, se non ci fosse stata la legge Basaglia, probabilmente Giuseppe ora starebbe con una camicia di forza a sguazzare fra i suoi escrementi, ma non so se sia affetto da un bipolarismo, una forma di Alzheimer o sia veramente un clochard, certo è che almeno è libero di aspettare il suo treno carico di fantasmi con cui parlare. Ho il sospetto che Giuseppe possa essere un “barbone domestico”, ovvero che lui una casa forse ce l’abbia, ma che sia abbandonato a se stesso vivendo da barbone per qualche patologia psichiatrica o disturbo ossessivo compulsivo generato da una depressione o dall’abbandono della sua famiglia, abbandono subito o inflitto. E poi c’è sempre quella spietata, cinica, precisa, devastante, maledetta e necessaria poesia del destino che si staglia in questa controra primaverile.

Giuseppe osserva che ho le mie cuffie nelle orecchie e mi chiede «E’ il giradischi moderno?» Sorrido. Gli dico di sì e mi fa segno di provarlo con gli occhi dei bambini dinanzi ad una vetrina di giocattoli. Gli avvicino l’ipod e fra tutte le canzoni della libreria parte una canzone di Roberto Vecchioni, «La stazione di Zima», che diviene l’epilogo di questa storia. «Guardami, io so amare soltanto come un uomo guardami, a malapena ti sento e tu sai dove sono ti aspetto qui, Signore, quando ti va, alla stazione di Zima». La stazione immaginaria cantata dal professore è l’ultima stazione desolata in tutta la sua solitudine ed eterna attesa di qualcosa che è già passato e che non si vuole lasciare, soprattutto se riguarda ciò che si è amato. «Lasciami questo sogno disperato d’esser uomo, lasciami quest’orgo glio smisurato di esser solo un uomo; perdonami, Signore, ma io scendo qua, alla stazione di Zima».
«La poesia - diceva don Andrea Gallo – l' ho incontrata nei barboni». Il De Andrè dei preti raccontava spesso di un barbone genovese che girava sempre con una borsa, quando morì si scoprì che dentro era piena soltanto di poesie.

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