Martedì 14 Agosto 2018 | 16:21

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Operazione «macchia nera»

Il «decalogo» su cosa
dire durante i controlli

Operazione «macchia nera» Bisceglie, i retroscena delle indagini sul caporalato nelle campagne

Il «decalogo» su cosa dire durante i controlli

«Quindicina». La «tangente» per potere lavorare, la «provvigione», la chiamavano così. Senza, non si poteva neanche sperare di potere andare a raccogliere ciliegie o uva da tavola. Se ne parla in più punti, scorrendo l’ordinanza disposta dal gip di Bari, Rossana de Cristofaro, al termine dell’inchiesta denominata «Macchia nera» (11 in totale gli indagati dai finanzieri della Tenenza di Mola di Bari e del comando provinciale del Corpo, coordinati dal pm Ettore Cardinali, tre gli arrestati: l’amministratore dell’azienda Extrafrutta di Bisceglie, Berardino Pedone detto Nardino, il responsabile della contabilità, Massimo Dell’Orco e la «caporale» donna Maria Macchia detta Marisa, finiti ai domiciliari).

E non mancano passaggi inquietanti. Compresi quelli in cui emerge che per chi dovesse sentirsi male dopo una dura giornata di lavoro nei campi, anche in questo caso, non c’era alcuna pietà. «Non è vita così...si stava sentendo male...poi è caduta a terra...prendi l’acqua...ma acqua non ne avevamo più...buttagli l’acqua...buttagli l’acqua addosso...». Al telefono due braccianti raccontano quanto accaduto a una loro collega, svenuta a causa del caldo e del troppo lavoro. Era il 22 luglio 2016. L’indagine era appena cominciata. E una donna che ha lavorato alle dipendenze della Extrafrutta per tre anni, racconta di essere addetta a «incassettare» le ciliegie nel magazzino di Bisceglie e, poi, all’acinellatura. Nei campi «giungevo tramite un bus dell’azienda dopo essere partita da Mola di Bari, intorno alle ore 01.30» e «lavoravo anche per 15 ore consecutive, sempre in piedi, con una breve pausa pranzo di soli 30 minuti». «Coloro che non pagavano - prosegue la vittima - venivano allontanati». E ancora: «Sono stato costretto a sottostare alle condizioni imposte, - spiega agli investigatori un altro bracciante - perché ho una famiglia da mantenere composta da 4 persone e sono l’unica persona a lavorare in casa e soprattutto perché non riuscivo a trovare altri lavori». E con controlli che si infittiscono, c’era anche un decalogo su cosa riferire agli ispettori.

Ci pensa sempre Maria Macchia, detta «Marisa» a istruire i lavoratori su cosa rispondere in caso di controlli dei finanzieri piuttosto che degli ispettori dell’Inps fornendo loro «bigliettini promemoria». Primo comandamento, mai chiamarla «caporale». Secondo: riferire di lavorare appena 6 ore al giorno (e non 14 come invece avveniva). Terzo: non dire mai per nessuna ragione che lei percepiva una percentuale sul loro misero guadagno, per gli inquirenti ritengono una «vera e propria tangente sulla manodopera». Lavoratori sfruttati e sottopagati, costretti a turni di lavoro massacranti in ambienti insalubri. Per un pugno di euro.

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