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Mercoledì 13 Dicembre 2017 | 16:14

il 21 la cassa integrazione scadrà

Gli ex Om oggi
davanti alla Ruota

LA CRISI DELL'AUTOMOTIVE Operai sul lungomare dopo lo stallo nel progetto minicar

Gli ex Om oggi davanti alla Ruota

di Gianluigi De Vito

Gira la ruota. Ma non per loro, i 190 dell’ex Om. E non è un caso che hanno scelto di essere lì, a Piazza Diaz, cuore della Bari in festa, oggi pomeriggio alle 15.30, mezzora prima dell’inaugurazione di Diamond Wheel, la ruota panoramica montata per dare divertimento e sguardi lunghi, fino a primavera. Davanti alla Ruota di Diamante è in programma il primo grido organizzato e pubblico di indignazione per la promessa andata a vuoto. Un presidio di rabbia e delusioni gridate in coro da Fiom Cigl, Fim Cisl, Uilm Uil e Ugl metalmeccanici, dopo il sit in di ieri davanti alla sede del consiglio regionale in via Capruzzi .

I vertici della «Tua industries» hanno comunicato ai sindacati che non ha avuto sbocco il negoziato con il Fondo d’investimento russo «Renova», avviato nella speranza di trovare i milioni di euro necessari alla reindustrializzazione dell’ex Om, e quindi a produrre minicar elettriche dove un tempo si sfornavano carrelli elevatori. Un progetto che si è sdraiato appena dopo essere stato reso pubblico con la firma del contratto di sviluppo e dell’accordo di programma tra governo, Regione e azienda. Insomma, appena dopo aver messo nero su bianco, i mal di pancia degli investitori (il fondo americano Lcv che ha fatto nascere la società Tua Autoworks e quindi Tua Industries) si sono materializzati. E ad agosto scorso, Tua Industries ha annunciato la crisi di liquidità creatasi dopo l’uscita di scena di Lcv dal progetto minicar.

E il primo punto di rabbia che farà il giro sotto la ruota della protesta riguarda proprio questo elemento: ma perché le istituzioni sono state alle finestra davanti a un’azienda messa in liquidazione prima ancora di avvitare un solo bullone? «Tua» ha fatto credere che morto un papa se ne sarebbe fatto subito un altro. E invece il pontefice Renova non è mai uscito dal conclave. Trapelano particolari che non trovano conferme, ma che vengono accreditati da più fonti. Le trattative di negoziato con Renova sarebbero state condotte a Zurigo nel quartiere generale della Oerlikon Graziano, gruppo che gravita nell’orbita del Fondo. Il perché del «no grazie»? «Progetto giudicato troppo piccolo e di nicchia rispetto alle velleità di posizionamento di mercato coltivate dai russi», dice una fonte che vuole l’anonimato. Ma tant’è.

Resta il punto e a capo. E la fine di una promessa che brucia forte perché s’aggiunge, nei sei anni, ad altri tentativi falliti di reindustrializzazione: «Saltalamacchia», «Frazer-Nash», «Q-Bell», «Bluetec».

Martedì prossimo, 12 dicembre, il capo della task force della Regione, Leo Caroli, vedrà azienda e sindacati al tavolo di crisi. Primo punto: il futuro dei 190, che sono stati assunti dalla «Tua» per essere subito posti in cassa integrazione. Che scade il 21 dicembre.

I sindacati in coro chiedono che s’affronti subito la proroga della cassa integrazione. Tecnicamente si può, perché si tratta di una reindustralizzazione avviata. E come la «Tua» sono nelle stesse condizioni altre aziende in Italia. Tocca al governo deliberare. E il 21 è dietro l’angolo.

«Guai a gettare la spugna. Il progetto è ancora vivo: c’è l’opificio, si sono i lavoratori assunti e soprattutto i soldi pubblici», ammonisce Franco Busto, segretario della Uilm Puglia. Aggiunge: «Dobbiamo chiederci come mai sono venuti meno i 12 milioni dei privati in un’operazione che prevede altri 36 milioni di fondi pubblici dei quali 12 milioni a fondo perduto. La verità è che non c’è stata nessuna cordata pugliese o barese. E il rischio è che se non va in porto a Bari il progetto minicar viene realizzato altrove perché è già in una fase avanzata». Fa eco Gianfranco Micchetti, segretario provinciale della Fim: «Ora bisogna fare pressing a tutti i livelli perché è una delle più importanti vertenze del territorio di Bari. Se molliamo adesso significa abbandonare i lavoratori e questo non possiamo permettercelo».

Invoca l’intervento di Cassa depositi e prestiti, Saverio Gramegna, segretario provinciale della Fiom: «Non si può delegare una reindustralizzaione che tocca la vita reale di tante persone alle speculazioni dei fondi d’investimento internazionale. Gli investimenti della Cdp hanno e devono avere una ragione sociale come quella di non far perdere lavoro agli italiani». Così Antonio Caprio, segretario provinciale Ugl: «Chiediamo che martedì 12 ci dicano effettivamente come stanno le cose, ormai non si può continuare ad illudere le famiglie di 190 lavoratori».

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