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Sabato 18 Novembre 2017 | 07:37

il processo

Divania, le mail della banca
accusano i periti del giudice

Confermato il sequestro preventivo di beni per D'Innella e Morera

Divania, le mail della banca  accusano i periti del giudice

di Giovanni Longo

BARI - Regge anche davanti al Tribunale del Riesame il sequestro preventivo di beni del valore complessivo di quasi 400mila euro eseguito il 20 settembre scorso nei confronti del commercialista barese Alfredo D’Innella e dell’avvocato romano Umberto Morera. I due professionisti, ricordiamo, sono accusati di aver indebitamente ottenuto da Unicredit il pagamento di una mega parcella nell’ambito del procedimento avviato da Divania, fallita nel 2011. L’azienda un tempo leader nella produzione di divani e che dava lavoro a 430 persone, chiedeva la nullità di contratti derivati per 220 milioni di euro sottoscritti fra il 2000 e il 2005 con Unicredit. I due esperti erano stati nominati periti dal Tribunale nel procedimento civile. I difensori dei due indagati avevano impugnato il provvedimento, ma il collegio, nei giorni scorsi, ha rigettato il ricorso confermando, dunque, il sequestro disposto dal gip del Tribunale Giovanni Abbattista, su richiesta del pm Claudio Pinto.

Una consulenza tecnica d’ufficio gestita dai periti come se fosse un incarico privato; il pagamento di una mega parcella «indipendentemente da un decreto di pagamento del giudice»; l’applicazione delle tariffe professionali previste dall’Ordine dei commercialisti anziché delle tabelle ministeriali; «una situazione di incompatibilità» di uno dei due esperti, il professor Morera, terzo per definizione perché ausiliario del giudice, ma al tempo stesso creditore di una delle due parti in causa «per rapporti professionali in costanza di incarico» con la banca. Al punto che nel provvedimento di sequestro viene riportata una tabella con i compensi versati da Unicredit a Morera, avvocato della banca, come compenso nel periodo 2007-2013, «prima, durante e dopo avere ricevuto l’incarico di Ctu», nella causa tra Divania e Unicredit, per dirla con le parole dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria del comando provinciale che hanno condotto le indagini. Di qui l’ipotesi di induzione indebita a dare o promettere utilità a carico dei due professionisti.

Dalle indagini è emerso che gli importi dei due periti (205mila euro per Morera, quasi 190mila per D’Innella) erano stati pagati unicamente e interamente da Unicredit che si era fatta carico anche del 50% spettante a Divania, senza preventiva autorizzazione alla liquidazione da parte del giudice civile e ben oltre le tariffe previste. «Alla fine graverà tutto su di noi», si legge in una mail interna del marzo 2009 a firma di uno dei legali della banca estraneo all’indagine, che aggiunge: «peraltro ovviamente bisognerebbe cercare di non inimicarsi i CTU», salvo precisare «ne parliamo a quattr’occhi martedì». E ancora un altro avvocato della banca scrive: «I contratti stipulati con Divania - se bene ho interpretato il suo pensiero (si riferisce a un altro legale, ndr) - sono privi di qualsivoglia sensatezza e come tali praticamente indifendibili». Agli atti della complessa inchiesta ci sono anche le mail interne all’istituto bancario sequestrate dai detective della Finanza. La relazione tecnica dei periti stabiliva che i debiti della società barese non erano stati causati unicamente dai derivati sottoscritti con Unicredit. Ma il giudice della causa civile, «tenuto conto dei dubbi emersi in corso di causa in ordine all’attendibilità e genuinità dell’elaborato peritale», redatto da Morera e D’Innella, aveva disposto una nuova perizia.

E pensare che la relazione Morera-D’Innella è stata depositata da Unicredit nel corso dell’udienza preliminare al termine della quale il gup del Tribunale di Bari dovrà stabilire se rinviare a giudizio funzionari e dirigenti di Unicredit che rischiano un processo per la bancarotta di Divania, reato contestato dal pm Isabella Ginefra. In quel fascicolo un consulente tecnico della Procura ha concluso che le operazioni in derivati «erano caratterizzate da estrema nonché immotivata spregiudicatezza» e che la forte esposizione dell’impresa nei confronti della banca è da ricercarsi negli «addebiti in conto non autorizzati che ammontavano complessivamente in 183.772.789,12 euro», una parte dei quali (34 milioni circa) addirittura senza contratti. Una circostanza, quest’ultima che Morera e D’Innella «omettevano di evidenziare nella consulenza tecnica», si legge in una memoria depositata dal magistrato. E i due consulenti, sempre stando a questa ipotesi del pm Ginefra, nella veste di pubblici ufficiali, «omettevano di denunciare alla Procura della Repubblica l’esistenza del reato di appropriazione indebita commessa da Unicredit».

In relazione al fascicolo sulla presunta bancarotta, Unicredit, però, ha sempre ribadito fermamente la correttezza del proprio operato, di quello di esponenti, anche cessati, e propri dipendenti «convinta che ciò potrà emergere dal vaglio delle sedi giudiziarie». Per l’istituto le vere ragioni del default di Divania sono slegate dalla contestata operatività in derivati. «Sulla medesima vicenda - ha sempre sostenuto la banca - Divania, nel luglio 2014, il gup del Tribunale di Bari ha prosciolto tutti i dipendenti ed ex dipendenti del Gruppo UniCredit coinvolti».

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