Giovedì 19 Luglio 2018 | 10:00

L'inchiesta

I clan al voto delle Regionali
chiusa l'indagine a Bari

Si aggrava la posizione di Giove, l'ex factotum di Mariella. Promessi fino a 50 euro per ogni voto al prescelto

tribunale di Bari

Nei confronti di Armando Giove, adesso, non c’è più solo l’ipotesi di «cambio elettorale politico-mafiosa» e «coercizione elettorale» in concorso con presunti esponenti del clan Di Cosola. La Procura di Bari ipotizza per lui anche il «concorso esterno» in associazione mafiosa. «Mediante l’offerta e il versamento» di somme di denaro, «nonché l’offerta di posti di lavoro - secondo l’accusa - forniva un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario al rafforzamento dell’organizzazione criminale», scrivono adesso i pm antimafia Carmelo Rizzo e Federico Perrone Capano che hanno chiuso le indagini condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale.

La storia è quella dei 70mila euro, 28mila in anticipo, che presunti esponenti del clan Di Cosola avrebbero percepito in cambio di voti da procurare a Natale Mariella, candidato con la lista Popolari alle ultime Regionali del maggio 2015. Mariella (indagato in un procedimento connesso) prese meno di 6.000 voti e non fu eletto. Giove, referente di Mariella, sempre secondo l’accusa, avrebbe accettato la promessa di procurare voti avanzata da uomini del clan Di Cosola con modalità mafiose. In questo modo sarebbe stato concorrente morale di Michele Di Cosola, Leonardo Mercoledisanto, Pietro Mesecorto, Alfonso Partipilo, più altri indagati per il quali si procede separatamente.

Al centro dell’inchiesta, la «forza di intimidazione», le «minacce velate» che gli uomini del clan Di Cosola avrebbero utilizzato per procurare quei voti da dirottare poi su Mariella. Gli elettori, più nel dettaglio, sarebbero stati fermati in piazza a Ceglie del Campo, con l’«invito» a votare per Mariella, «comunicando contestualmente che sarebbero stati in grado di verificare l’effettivo esercizio del voto dell’elettore». E in questo modo «impedivano il libero esercizio del diritto di voto ed alteravano il risultato delle votazioni».

Una presunta «pressione sul corpo elettorale» che sarebbe stata attuata dal clan in cambio di somme di denaro. Il ruolo di Giove in tutto questo? Sempre stando alle indagini, Giove si sarebbe accordato con gli esponenti del clan promettendo loro 50 euro per ogni voto espresso a favore di Mariella: 30 euro finivano nelle casse del clan e 20 all’elettore. Nel blitz che scattò nel dicembre 2016, furono arrestate 25 persone, tra cui lo stesso Giove che oggi ha come misura cautelare l’obbligo di presentarsi in caserma.

Emblematiche le dichiarazioni di Michele Di Cosola, figlio del boss Antonio, che ha seguito le orme del padre anche sulla scelta di collaborare con la giustizia, anche lui indagato in questo procedimento, accusato anche di corruzione elettorale perché «in qualità di elettore, accettava denaro al fine di dare il proprio voto al candidato Mariella Natale». «Gli davamo 15-20 euro a voto e le persone andavano a votare, facevamo la campagna (...) ci mettemmo in mezzo alla villa (...) gli davamo il volantino come doveva votare, i soldi e andava a votare», racconta ai carabinieri. E ancora. «Sanno tutti chi eravamo - spiega il pentito agli inquirenti - non serviva presentarci, però le persone diciamo che se prendevano soldi dovevano votare». Guai a disattendere gli accordi. «Se dopo mi prendi in giro io lo vengo a sapere, poi ti vengo a prendere, non mi prendere in giro».
Nel mirino della Procura è finito anche il modo in cui il clan Di Cosola si sarebbe articolato sino al momento in cui il boss Antonio ha deciso di collaborare con la giustizia. Tre le articolazioni che avrebbero agito su Ceglie del Campo e sul territorio di numerosi Comuni della provincia, da Casamassima a Capurso, da Adlefia e Bitritto, da Valenzano a Giovinazzo, da Triggiano a Gioia del Colle. Una, diretta e organizzata dall’interno del carcere da Antonio Battista (classe 1970), ritenuto il reggente fin dall’agosto 2006 e successivamente, dopo il suo arresto (aprile 2015), guidata da Vito Curlo detto Ciù Ciù, Antonio Battista (classe 1971) detto «Il mostro», quindi organizzata da Teodoro Frappampina e Giovanni Martinelli, «entrambi affiliati a Di Cosola Antonio». Poi c’era il gruppo che avrebbe fatto capo a Cosimo Di Cosola, fratello di Antonio. Infine, la terza articolazione «diretta ed organizzata da Guglielmi Luigi (affiliato a Mercante Giuseppe) e (con riferimento al territorio di Bitritto), da Giurano Carlo (affiliato a Guglielmi Luigi)». [g. l.]

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