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Sabato 25 Novembre 2017 | 03:10

economia

Cresce il mercato dell'usato
nel Barese attività col segno più

Confesercenti: «Un business facile, con rischi commerciali piuttosto bassi»

Cresce il mercato dell'usato nel Barese attività col segno più

Enrica D’Acciò

Dalla tuta in acrilico degli anni ‘90, ai puttini in porcellana ereditati dalla zia, passando per libri di scuola, apparecchiature elettroniche, orologi griffati e mobili di ogni stile e per ogni necessità: tutto di seconda mano, tutto business. Cresce anche a Bari il mercato dell’usato, come dimostrano i dati forniti dalla Camera di commercio di Milano. Fra il 2015 e il 2016, il numero delle attività commerciali baresi che vendono e acquistano prodotti di seconda mano, regolarmente registrate alla camera di commercio, è aumentato dell’1,9%, appena un gradino sotto la media nazionale, che si assesta intorno al 2,1%.

Nel 2016, a Bari erano in attività 4 negozi di libri di seconda mano, 38 negozi al dettaglio di mobili usati e oggetti di antiquariato, 25 negozi di indumenti e altri oggetti usati e un negozio di prodotti tecnologici, per un totale di 68 attività, 7 in più rispetto al 2015. A livello regionale, Bari è prima per attività di compro/vendo, seguita, ma a distanza, da Taranto e Lecce. A livello nazionale, invece, si piazza nona per negozi vintage, dopo Roma, Milano, Torino, Napoli, Firenze, Genova, Bologna e Brescia.

Sempre secondo il report della Camera di commercio milanese, sono in tutto 3553 le imprese italiane attive nella vendita di prodotti usati: mobili e oggetti di antiquariato fanno la parte da leone, con 1720 imprese. Seguono le 1289 attività per la vendita di abbigliamento e accessori e, da ultimo, le 296 imprese che vendono libri usati. Quali sono, invece, i trend baresi? «Trend in linea con il dato nazionale», commenta a riguardo Benny Campobasso, presidente regionale della Confesercenti. «È un fenomeno che esiste da tempo e che, negli ultimi anni, complice la crisi, si è rafforzato. Basta fare un giro in città per rendersi conto di quanto è cresciuto e di come è cambiato, soprattutto nel settore dell’abbigliamento. I negozi al dettaglio di usato sono adesso molto belli, invitano molto all’acquisto». Un tempo gli acquisti di seconda mano erano uno stigma, sia per chi vendeva sia per chi acquistava. Non è più così? «C’è una valutazione economica importante da fare per analizzare il fenomeno», riprende Campobasso. «Il periodo che stiamo vivendo, che abbiamo da poco vissuto, ha spinto tutti ad economizzare. Chi vende ha la speranza di recuperare qualcosa rispetto a quanto ha speso al momento dell’acquisto. Chi compra, allo stesso modo, ha la speranza di acquistare oggetti che, nuovi, non potrebbe permettersi. Allo stesso tempo, però, c’è una diversa concezione dell’acquisto. Tutti i grandi marchi, soprattutto nel settore dell’abbigliamento, hanno abbassato di molto la qualità dei prodotti. C’è stata una virata verso il basso, anche nel nuovo, e questo spiega perché l’acquisto dell’usato tende a crescere».

Insomma, è cambiato del tutto il nostro rapporto con le merci. «Fino a non molti anni fa, c’era una maggiore attenzione alla qualità dei prodotti da acquistare. Dopo averli acquistati, li sfruttavamo di più, più a lungo, ci affezionavamo al nostro maglione o alla nostra poltrona. Adesso, invece, compriamo di più ma usiamo meno e, per questo, con maggiore facilità possiamo disfarci dei prodotti che abbiamo acquistato. È una logica che riguarda anche il nuovo. Prima c’erano solo due collezioni l’anno, primavera/estate e autunno/inverno. Adesso, invece, le grandi catene commerciali, come Zara, per esempio, propongono collezioni nuove ogni settimana. I negozi dell’usato rispondono più alla logica di Zara che dei negozi tradizionali». Ma perché tanti commercianti hanno deciso di investire nell’usato? «Si tratta, per certi versi, di un business facile, con rischi commerciali piuttosto bassi. Molti negozi prendono la merce in conto vendita, e pagano solo se riescono a piazzare i prodotti. Non ci sono problemi di reso o di invenduto, hanno un turnover della merce molto rapido. Certo, anche per i mercati dell’usato è richiesto un investimento iniziale ma, nel complesso, si tratta di un business con rischi commerciali praticamente nulli».

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