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Domenica 19 Novembre 2017 | 02:30

Il cognome del padre dopo 41 anni famiglia e giustizia

Avvocatessa vince la causa col test del dna. Ma l'uomo muore poco prima del verdetto una storia singolare

di Giovanni Longo

BARI - Un rifiuto lungo 41 anni. Per tutta la vita le è mancato l’apporto della figura paterna. Il padre biologico che aveva garantito solo saltuariamente la sua presenza, ad esempio seguendola in parte nel percorso universitario, non l’ha mai riconosciuta. C’è voluto il test del Dna e una sentenza per stabilire che sì, lei è la figlia naturale di lui; che all’anagrafe dovrà essere anteposto il cognome paterno al suo; e che, le sofferenze subite vanno risarcite, un danno quantificato in via equitativa con 100mila euro.

La storia viene da Bari. Affonda le radici intorno alla metà degli anni Settanta quando Maria (nome di fantasia - n.d.r.) nasce da una tormentata relazione sentimentale. Il padre non la riconosce. Trascorrono gli anni, lui si sposa con un’altra donna e mette su famiglia. Maria, invece, cresce da sola con sua madre. Frequenta saltuariamente il padre che non la tratta al pari degli altri figli avuti dopo il matrimonio con la donna che non è sua madre.

Nonostante la carenza di sostegno materiale e morale del genitore, Maria, oggi 41enne, con grande tenacia, diventa avvocato, seguendo, almeno in questo, le orme di chi non l’ha mai riconosciuta. Già, perché anche lui è avvocato. Anzi, era perché, ironia della sorte, è deceduto poco prima del verdetto. Nel 2013, infatti, Maria dice basta e decide di patrocinare se stessa, nella veste di legale, insieme con l’avvocato Cinzia Petitti, per rivendicare i diritti negati. Insomma, chiama in causa l’uomo per il riconoscimento giudiziale della paternità e per il risarcimento del danno subito.

L’avvocato nel processo in un primo momento nega di avere avuto una relazione con la madre, qualifica i rapporti avuti con la figlia negli anni e alcune saltuarie spese sostenute per lei (cure odontoiatriche, regali di testi giuridici) come gesti di filantropia («per gentilezza e cordialità») verso persone (la madre e la figlia) che conosceva da anni. Giudica persino temeraria l’azione giudiziaria intrapresa nei suoi confronti, ritenendo che lei avesse proiettato su di lui mere fantasie.

Ma a questo punto il Tribunale dispone il test del Dna. Al 99,99% Maria è figlia di lui. La prova della paternità è piena.

La prima sezione penale del Tribunale civile di Bari (presidente Saverio de Simone, giudice Concetta Potito, relatore Giuseppe Marseglia), dunque, ha dichiarato giudizialmente la paternità, ha disposto di anteporre il cognome paterno a quello di Maria, ha riconosciuto il danno cosiddetto «endofamiliare» quantificato in via equitativa in 100mila euro, «non essendo esigibile che l’avente diritto ne dimostri l’importo preciso». Il periodo di riferimento, del resto, coincide con l’intera esistenza di Maria.

«L’obbligo dei genitori di mantenere i figli - ricorda il Tribunale - sussiste per il solo fatto di averli generati». E ancora: «Vengono in considerazione - si legge nella sentenza - non solo i pregiudizi relativi alla mancata percezione di quanto il convenuto avrebbe dovuto corrispondere alla figlia per adempiere compiutamente ai propri doveri di genitore, ma anche su un piano probabilistico, la perdita delle possibilità esistenziali dell’attore (istruzione, attività professionale, inserimento sociale, livello di vita, capacità economiche), perdita direttamente collegabile alla mancanza non solo degli apporti di natura finanziaria, ma anche di quei suggerimenti e di quel sostentamento morale tali da favorire la formazione di una personalità direttamente ricollegabile al patrimonio morale e culturale della famiglia paterna».

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