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Mercoledì 22 Novembre 2017 | 23:14

Nel 1974, nessun riconoscimento

Bari, la storia dell'eroe Ruffo
ucciso da rapinatori mafiosi

Ferroviere, intervenne durante una rapina in tabaccheria: quel colpo era il battesimo per alcuni affiliati. Ma all'epoca il reato di mafia non esisteva

Bari, la storia dell'eroe Ruffoucciso da rapinatori mafiosi

ISABELLA MASELLI

Un piccolo eroe dimenticato. Un uomo comune fuori dal comune. Un figlio, un marito, un padre, un lavoratore come tanti, che ha scelto di sacrificare la sua vita per salvare quella di un’altra persona. Nicola Ruffo, 44 anni, barese, macchinista delle Ferrovie dello Stato, moriva così il 6 febbraio 1974. Colpito al cuore da un proiettile durante una rapina in una tabaccheria in via Luigi Ricchioni, nel quartiere Picone.
Quarantatrè anni dopo sua figlia, Pasqualina Ruffo, che oggi ha 55 anni ma che all’epoca era solo una bambina di 11 anni, chiede di non dimenticare.

«Lui ha avuto il coraggio di morire - dice - ma noi abbiamo dovuto trovare il coraggio di vivere e di fare memoria perché quello che è accaduto a mio padre non accada ancora».
Eppure la storia, non solo barese, ci ha tristemente abituati a parlare di vittime innocenti di mafia. Pasqualina racconta del padre ma nelle sue parole c’è la condivisione di un dolore che accomuna la sua nuova grande famiglia, quella di Gaetano Marchitelli, ucciso a 15 anni davanti ad una pizzeria, quella di Giuseppe Mizzi, ammazzato per errore sotto casa a Carbonara, e di tutti gli altri che l’associazione Libera ha raccolto negli anni attorno ad una sofferenza che si fa memoria.
A differenza degli altri, però, Nicola Ruffo non è mai stato formalmente riconosciuto vittima innocente di mafia perché il reato di associazione mafiosa è stato introdotto soltanto del 1982, anche se nei confronti del commando dei cinque rapinatori tutti i gradi di giudizio hanno confermato condanne senza sconti.

«L’uccisione di mio padre - spiega Pasqualina - fu il primo fatto di sangue di questo tipo a Bari, il battesimo della Sacra Corona Unita». Tre anni dopo la sua morte, Nicola Ruffo ottenne la medaglia d’oro al valor civile e nel 2006 il Comune di Bari con l’allora sindaco Michele Emiliano gli ha dedicato una via. «È vicina alla strada dedicata alle vittime di Nassiriya - dice Pasqualina - così mio padre può abbracciare anche tutti quei poveri ragazzi».

Il racconto di Pasqualina Ruffo, nella sua casa di Modugno, acquistata grazie ad una colletta voluta dai cittadini baresi dell’epoca, è fatta di risate, lacrime, pagine di poesia, fotografie del padre e i libri che lui tanto amava, dall’arte alla matematica, dalla filosofia alla letteratura.

Rimasto orfano a 14 anni, Nicola Ruffo aveva vissuto l’adolescenza la lavondo presso un orafo nella sua città natale, Palagiano, per aiutare la madre a portare avanti i suoi tre fratelli più piccoli. Dopo il diploma, nel 1951, era andato alla scuola per macchinisti ed era poi stato assunto, in servizio prima a Novara e poi a Bari.

Nel 1974 lui aveva 44 anni, sua moglie Maria 35 e le loro due figlie, Pasqualina e Paola, rispettivamente 11 e 9 anni. «Papà ci aiutava con i compiti, scriveva poesie per noi, ci insegnava ad andare in bicicletta. Ci ha insegnato ad amare e dopo la sua morte mia madre ci ha insegnato a non odiare. Siamo state assetate di giustizia ma mai di odio». All’inizio di quell’anno la famiglia Ruffo stava per adottare una bambina vietnamita ma il sogno di Nicola tramontò la sera del 6 febbraio. Stava tornando dal lavoro, aveva indossato il suo cappotto più bello. A pochi isolati da casa, intorno alle 19, si accorse che un gruppo di rapinatori aveva fatto irruzione in una tabaccheria. Non ci pensò due volte. Attraversò la strada e si scagliò contro uno dei cinque per proteggere la tabaccaia contro la quale stavano puntando la pistola per impossessarsi dell’incasso della giornata. Fu colpito a morte da una pallottola in pieno petto.

«La gente - dice Pasqualina - mi ripete sempre che mio padre non doveva stare là, che si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. È come ammazzarlo di nuovo: mio padre era al posto giusto nel momento giusto. Ha fatto bene a fare quello che ha fatto. Erano loro che non dovevano stare lì, non lui. La sua morte non è stata altro che l’ultimo atto di amore verso una sconosciuta».

Quella che Pasqualina racconta «è una storia fatta di uomini di coraggio». Ricorda il maresciallo Francesco De Rosalia, sparato alla testa proprio durante le indagini sull’omicidio di Nicola Ruffo, e l’avvocato Andrea Ranieri, «sempre al nostro fianco nei luoghi e dolorosi anni del processo».

Pasqualina, sua sorella Paola e la madre Maria furono ribattezzate dalla stampa del tempo «le tre donne del ferroviere». E poi ricorda l’enorme solidarietà dimostrata dai baresi di quegli anni. «Lasciavano dietro la porta di casa pacchi con latte, cibo e pasta, senza biglietti o firme, condividendo il nostro dolore in silenzio».
E dietro quella porta, sul campanello di casa, c’è ancora oggi la targhetta con il nome “Nicola Ruffo”. «Papà - dice Pasqualina - mi ha dato la forza di poter aiutare gli altri familiari delle vittime di mafia. Così, finita una vita, per me ne è cominciata un’altra».

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