Mercoledì 20 Giugno 2018 | 21:27

il commento

Bari, «città dell'arte»
senza un progetto ad hoc

oscar iarussi

Bari, «città dell'arte» senza un progetto ad hoc

di Oscar Iarussi

Bari - Qual è lo stato dell’arte a Bari? Il sindaco metropolitano Antonio Decaro di recente ha affermato a più riprese che intende puntare sul «contemporaneo» per offrire nerbo e visione al capoluogo. La «Gazzetta» prende sul serio tale volontà politica. D’altronde, da lunga fiata su queste colonne il «nostro» Pietro Marino si è battuto, invano, in favore di una galleria pubblica di arte moderna e contemporanea. E negli ultimi anni Enrica Simonetti ha condotto un’inchiesta sul patrimonio delle opere acquisite nel corso del tempo dagli enti pubblici pugliesi; opere poi finite nelle stanze di qualche burocrate, o, peggio, rubate senza che talora ne fosse denunciato il furto.

Che Bari punti sull’arte è quindi una novità da considerare con attenzione. Innanzitutto perché, se questa consapevolezza fosse condivisa dai cittadini, finalmente Bari darebbe prova di aver compreso la necessità di un cambio di stagione che ne rigeneri il protagonismo. La città del commercio è infatti da tempo in crisi e in taluni settori merceologici o in certe zone della città mostra segni di agonia. Per non parlare del declino della Fiera del Levante, che pure meriterebbe un capitolo a sé.

Una Bari universitaria, con politiche su misura dei fuori sede, invero non prese forma neppure nelle stagioni in cui attirava studenti da altre regioni. Meno che mai potrebbe esistere oggi, visto che le immatricolazioni scemano e i ragazzi calabresi o lucani sono in fuga verso il nord oppure oltre frontiera, al pari dei baresi cui le condizioni economiche familiari lo consentano. Il primato stesso di Bari, i cui consumi culturali restano di gran lunga superiori a quelli delle altre province, nell’ultimo decennio ha ceduto terreno alla nomea del Salento pizzicato e turistico, che addirittura taluni identificano tout court con la Puglia.
Quindi è il caso, eccome, di concepire una nuova rotta, di immaginare un altro orizzonte e di mettersi al lavoro. Torino negli ultimi vent’anni lo ha fatto, trasformandosi da città minacciata dalla ruggine post-Fiat in un centro di cultura, arte, cinema, con investimenti pubblici all’altezza della sfida (che pure non si può dire ancora vinta).

A Bari per alcuni anni si è chiacchierato quasi esclusivamente del «miglio dei teatri», invero per lo più chiusi: Kursaal Santalucia, Margherita e il comunale Piccinni, i cui tempi di riapertura - è notizia dei giorni scorsi - si sono allungati ancora... Mentre il Petruzzelli provava a rinascere con fatica dalle sue ceneri, tra il commissariamento ministeriale, i procedimenti giudiziari intorno all’assetto proprietario indefinito, gli scandali in attesa di processo e un progetto musicale che solo da poco ha cominciato a dare cenni di vita, sebbene sia privo delle risorse sufficienti a produrre in proprio. Si palesa oggi un fallimento sostanziale delle politiche pubbliche baresi e pugliesi, a dispetto delle buone intenzioni e della buona stampa di cui a lungo hanno goduto extra moenia.

Quanto all’apporto dei privati, negli ultimi due lustri è stato a dir poco scoraggiato: l’unico socio privato della Fondazione Petruzzelli decise di tirarsi indietro e l’acquirente del Kursaal Santalucia all’asta giudiziaria dovette cederlo alla Regione che nel 2012 esercitò il diritto di prelazione per farne «un luogo della creatività», effettivamente assai apprezzato dai colombi e dai topi che lo frequentano.

Adesso tocca all’arte. L’amministrazione Decaro ha varato i lavori di restauro dell’ex teatro Margherita che dovrebbero concludersi entro il 2018, coronando così il progetto del «Polo delle arti contemporanee» per il quale la Regione ha stanziato dieci milioni di euro, frutto di un accordo col Mibact del 2013. Il Polo prevede, accanto al Margherita, interventi di recupero e valorizzazione dell’ex Mercato del pesce e della sala Murat. Nella «Murat» è intanto in corso la prima mostra del Polo, «Trame», ignorata dai cittadini e dalla stampa nazionale. Eppure la domanda di arte e di cultura a Bari è alta, come dimostrano da ultimo le affollate «Lezioni» di Storia nell’Arte promosse dagli editori Laterza al Petruzzelli nei mesi scorsi e il successo al debutto delle «Relazioni meravigliose» curate da Nicola Lagioia al Kismet.

Ma il «Polo» non basta e, a quanto par di capire, il Comune e forse la Soprintendenza avrebbero in animo di destinare all’arte contemporanea anche il Castello svevo. Si medita di ospitare nelle mura federiciane gli stralci delle preziose collezioni Baldassarre e Bonomo, nonché, un domani, altre importanti esposizioni temporanee. Qualcuno ha pensato ai costi? Con quali soldi se ne garantirebbero il funzionamento e la progettualità? Chi dovrebbe gestire questi spazi? Non il Comune né la Città Metropolitana che è di fatto priva di un bilancio per la Cultura. Chi allora? Secondo voci dal sen fuggite, toccherebbe ai privati, da selezionarsi con appositi bandi come si è fatto per lo Spazio Murat, il Museo Civico e la Casa Piccinni, con risultati finora non pervenuti.

Nel frattempo restano chiusi o deserti l’auditorium «Nino Rota» e il Museo Archeologico a Santa Scolastica che esiste solo in versione mignon nel Bastione. E appaiono di incerta destinazione altri contenitori, come Palazzo San Michele attribuito alla Fondazione Petruzzelli per mere ragioni patrimoniali e perciò di fatto sottratto al pubblico. Sono altresì incerti i tempi del trasferimento dell’Accademia di Belle arti nell’area della ex caserma Rossani e si sono perse le tracce della «Apulia Film House» nell’ex Palazzo del Mezzogiorno della Fiera del Levante, per la quale nel maggio 2014 fu indetta una gara di appalto di un milione di euro in forniture di «arredi, tecnologie e cimeli» (ancora un paio di anni e le tecnologie stesse diventeranno cimeli...).

Insomma, Bari città dell’arte non ha ancora un progetto articolato, non un bilancio di previsione, non un’idea delle possibili integrazioni pubblico-private, magari evitando che il pubblico abdichi al suo ruolo di guida e indirizzo, che non si esaurisce nella scrittura dei bandi.

L’unico presidio in essere dell’arte moderna e contemporanea a Bari è la Pinacoteca Metropolitana. La direttrice Clara Gelao ha continuato a proporre mostre (è in corso «Genius Loci»), ma non può procedere a nuove acquisizioni per la scarsità di risorse. Non v’è chi parli del futuro della Pinacoteca o, d’altro canto, del patrimonio di arte pubblica riveniente dalle mostre del Maggio di Bari negli anni ‘50-60, dalle edizioni dell’Expo Arte nei ‘70-80 o dall’archivio di fotografie del Politecnico. Una tantum, il libro dei sogni potrebbe cominciare da un paio di pagine di realtà? O stiamo ingannando il tempo?

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