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Venerdì 24 Novembre 2017 | 13:44

Operazione Pilastro

Cinque secoli a clan Di Cosola
ergastolo al nipote del boss

Tra le condanne anche quella per il mandante del delitto di Giuseppe Mizzi, l'operaio ucciso per errore

Cinque secoli a clan Di Cosolaergastolo al nipote del boss

Giovanni Longo

I presunti esecutori materiali sono già stati condannati (a fine novembre pende un loro ricorso per Cassazione). Ma da ieri, tra le tante altre, c’è anche un’altra, pesantissima, pena: l’ergastolo inflitto dal gup del Tribunale di Bari Sergio Di Paola nei confronti di chi è ritenuto il mandante del delitto. Fine pena mai per Antonio Battista, nipote del boss Antonio Di Cosola, dunque. L’omicidio è quello di Pino Mizzi, un bravissimo ragazzo ucciso per errore sotto casa a Carbonara il 16 marzo 2011. La vittima venne scambiata per il vero obiettivo del commando. A ordinare il delitto, non solo secondo la Direzione distrettuale antimafia, ma, da ieri, anche per un giudice, Antonio Battista.
Una condanna pesantissima come tutte le altre 59 inflitte al termine del processo celebrato con rito abbreviato nell’aula bunker di Bitonto. Gli imputati sono stati condannati a pene comprese tra i 20 anni e i sei mesi. Complessivamente la somma delle condanne che, grosso modo, ricalcano quelle chieste dall’Accusa, sfiora i cinque secoli di carcere. Un macigno per i presunti esponenti del clan Di Cosola cui i Carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale, coordinati dai pm Federico Perrone Capano e Francesca Pirrelli (oggi procuratore aggiunto a Foggia), infersero un durissimo colpo con l’operazione denominata «Pilastro».

Procediamo con ordine. Quanto all’omicidio Mizzi, ricordiamo che la posizione di Battista era stata inizialmente archiviata dalla Procura di Bari. Le dichiarazioni della moglie, Lucia Masella, e dello zio, il boss Antonio Di Cosola, entrambi pentiti, hanno consentito di riaprire il caso sul punto. Il giudice, come chiesto dall’Antimafia, ha riconosciuto l’aggravante mafiosa condannando il boss al massimo della pena. Per l’omicidio di Mizzi sono già stati condannati con rito abbreviato in secondo grado i presunti esecutori materiali: Emanuele Fiorentino a 20 anni di reclusione e Edoardo Bove a 13 anni e 4 mesi. A Fiorentino, nel processo di primo grado concluso ieri, è stata inflitta una delle tante condanne a 20 anni di reclusione.
«Siamo soddisfatti per questa sentenza perché la giustizia sta funzionando», ha commentato Angelo Mizzi, fratello di Giuseppe, l’operaio ucciso mentre rincasava commenta la condanna del presunto mandante del delitto, Battista, che ha assistito all’udienza in videoconferenza. «Una cosa però è essere soddisfatti, altro è la felicità - dice Angelo - perché nessuna condanna ci restituirà Giuseppe». Alla lettura del dispositivo della sentenza, durata quasi un’ora, era presente uno dei figli della vittima, oggi 19enne, accompagnato dall’avvocato della famiglia Mizzi, Egidio Sarno. Battista è stato anche condannato a risarcire la parte civile. I danni dovranno essere quantificati in sede civile.

Di Cosola e sua moglie Rocca Palladino sono stati condannati rispettivamente a 6 anni e ad un anno e 2 mesi di reclusione. La moglie del boss era accusata insieme con le altre donne di essere la cassiera del clan e di riportare agli affiliati gli ordini impartiti dal marito detenuto in carcere. Condannata a 7 anni di reclusione la moglie di Battista, Lucia Masella, collaboratrice di giustizia che con le sue accuse nei confronti del marito ha contribuito a far riaprire il caso sull'omicidio Mizzi.

Associazione mafiosa, estorsione, traffico di droga e armi, queste le accuse contestate dall’Antimafia e che hanno retto al vaglio della magistratura giudicante. Al centro dell’inchiesta la gestione da parte del clan degli «Strascinacuvert» del traffico di droga sul territorio e delle estorsioni ai costruttori. Stando all’accusa, ma da ieri, anche secondo un giudice, gli esponenti del clan imponevano l’acquisto di cemento scadente da un’azienda a loro vicina - per questo l’operazione fu chiamata «Pilastro» -, oltre a pretendere 100 euro per ogni slot-machine che obbligavano bar e sale giochi ad installare. Le indagini hanno infatti documentato, oltre alla capillare attività di spaccio di droga con 250 gli episodi ricostruiti, un vero e proprio giro di estorsioni alle imprese edili. Nel processo erano costituite anche due imprese edili e l’Ance Bari e Bat, rappresentate dagli avvocati Michele Laforgia e Andrea Di Comite (Polis Avvocati Bari). Anche loro dovranno essere risarciti.

L’operazione, che nell’aprile 2015 sfociò con l’arresto di 64 persone tra cui il boss Di Cosola, fu definita dai militari un «colpo mortale» al clan. Gli investigatori baresi, coordinati dalla Procura Antimafia, hanno ricostruito anni di egemonia in settori vitali dell’economia cittadina come quello dell’edilizia dove è stata accertata l’imposizione mafiosa dell’acquisto del cemento di bassa qualità, incassando poi una «provvigione» di due euro per ogni metro cubo venduto. Le indagini hanno ricostruito le attività del gruppo criminale a Ceglie del Campo, Valenzano, Adelfia, Casamassima, Capurso, Bitritto. Poi il redditizio mercato delle slot machine e dei videopoker: 100 euro mensili imposti su ogni macchinetta che, moltiplicati per i numerosi locali taglieggiati, ammontavano a migliaia di euro al mese per ogni centro della provincia barese dove il clan imponeva la propria egemonia. Alle donne sarebbe stato invece affidato il compito di gestire la contabilità delle fiorenti attività criminali.

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