Lunedì 18 Giugno 2018 | 05:52

L'imprenditore scomparso

Don Vincenzo, una vita di cantiere anche nel calcio

Era un uomo di un altro tempo e di un altro mondo don Vincenzo, solido, concreto, affidabile, una quercia alla quale potevano aggrapparsi tutti

vincenzo matarrese

Mai come stavolta è difficile scrivere senza passare dalle comode vie della retorica. Perché con Vincenzo Matarrese scompare davvero una delle figure simbolo del ‘900 barese e pugliese, senza se e senza ma, un uomo che incarnava perfettamente lo spirito, l’essenza, l’anima di questa terra rinata, o forse semplicemente nata, sulle macerie della guerra e della antica atavica fame della gente di quaggiù.
Era un uomo di un altro tempo e di un altro mondo don Vincenzo, solido, concreto, affidabile, una quercia alla quale potevano aggrapparsi tutti. Le imprese che ruotano intorno alla Salvatore Matarrese spa, il Bari, la Lega Calcio, la famiglia, gli amici, i dipendenti, tutti quelli che avevano bisogno di un sostegno di qualunque tipo. Radici profonde, valori profondissimi, cattolico per educazione, laico nella vita, di quella laicità aperta e curiosa che ha fatto la storia di questo Paese, ne ha segnato il cammino e il destino. Sempre la schiena dritta, sempre il senso della vita, della squadra, del collettivo. Insieme, primo degli operai, primo delle teste raziocinanti, col cuore e con la testa. Era un uomo di passioni nette, pure, fortissime ma non lasciava mai che prendessero campo sulla ragione, sul bene collettivo.
segue dalla prima
Era uno di quelli che tra il fare e l’aspettare un segnale divino, preferiva fare. Così, sotto la guida di don Salvatore, il padre che da Andria, con l’intuizione fenomenale del mondo che cambiava e si apriva al futuro, si era trasferito a Bari a caccia di nuove avventure imprenditoriali, era finito giovanissimo «sul cantiere». E lì era il suo territorio: raccontano di un senso ingegneristico assoluto, di una capacità di leggere situazioni lavorative e umane con un attimo di anticipo, di mediare per fare un passo avanti condiviso, l’intuito a caccia di soluzioni ardite e tecnicamente ineccepibili, la voglia di fare ogni giorno un passo avanti. Non era laureato Vincenzo, forse un po’ ne soffriva, ma una laurea ad honorem gli sarebbe spettata. Diciamo che quel cognome era forse un po’ troppo ingombrante per stuzzicare il senato accademico e chiudiamola qui.
Le sue giornate duravano molto più di 24 ore. Sveglia all’alba, cantiere, impresa, cantiere, impresa, cantiere, impresa, senza mai dimenticare la famiglia. Quando parlava, una sentenza. E negli anni belli il Bari. Una passione esplosa quando la famiglia si era avvicinata al club biancorosso. Vincenzo aveva voglia di fare anche lì. Di vincere, come sempre, come nella vita. Cadute, ricostruzioni ardite e risalite. Un testone, il presidente, di quelli duri da rompere, di quelli che buttano giù il granito a crapate, di quelli che cuciono ogni strappo con pazienza e ostinazione certosina, di quelli che difendono i loro uomini sino allo stremo, di quelli che compattano la falange in rotta incoraggiando ogni singolo uomo. E alla fine vincono loro: quante volte ha protetto dagli umori della piazza allenatori, giocatori, direttori sportivi? Sempre pronto a mettere il petto e a prendersi persino responsabilità non sue. Una cosa che nel calcio (e in generale nella vita) è merce rarissima.
Ventotto anni da presidente, da deus ex machina, cinque cicli (Bolchi, Salvemini, Materazzi, Fascetti, Conte-Ventura), decine di giocatori dei quali leggerete altrove, partite fenomenali e delusioni tremende, come sempre nello sport, come Punta Perotti, un dolore atroce per chi ha sempre pensato di essere dalla parte della ragione. Un colpo terribile per uno come lui che ha continuato per anni a credere che alla fine lo Stato (del quale aveva profondo rispetto) avrebbe riconosciuto il suo errore e tamponato almeno economicamente quella ferita lacerante.
Sentite oggi cosa dicono i suoi ragazzi, leggete i loro profili facebook e instagram, e capirete. Un padre, un fratello maggiore, tifoso senza mai perdere la bussola, tradito dal calcio, dal suo inaridirsi e instupidirsi, lui che era tutto fuorché arido e stupido, lui al quale bastava una stretta di mano e un accenno di «si» con la testa per sancire un accordo. Decine di miliardi di lire, milioni di euro rimessi in cassa ogni anno, di questi tempi, per ripianare i «buchi» e ricominciare a crederci. Forse non quanti sognava la città delle eterne frustrazioni ma comunque una montagna. Conoscete un altro campo nel quale Bari sia stata così a lungo ambiziosa, propositiva, strutturata, di serie A quanto la sua squadra di calcio? L’altra sera, a Lione, sulla panchina della Nazionale azzurra c’era Antonio Conte (e adesso sta per arrivare Giampiero Ventura), il migliore in campo è stato Leonardo Bonucci, in panchina nel Belgio c’era Jean-François Gillet. La prima cosa che hanno fatto, ieri mattina, è stata postare un ricordo del loro presidente. Lui li aveva aiutati a diventare grandi sul campo e nella vita.
Francesco Costantini

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Commenti all'articolo

  • Saverione

    20 Giugno 2016 - 11:11

    Bellissimo articolo, ma soprattutto vero! Conoscevo Don Vincenzo di persona e questo articolo non ha sbagliato nemmeno una lettera.

    Rispondi

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