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Martedì 21 Novembre 2017 | 16:52

Bari

Dice d'essere «amico» dei jihadisti
a processo per documenti falsi

E tornano liberi i due britannici che l'iracheno aveva accusato

Dice d'essere «amico» dei jihadisti  a processo  per documenti falsi

di Giovanni Longo

BARI - Per ora andrà a processo per il possesso di un documento falso. Le indagini della Procura di Bari vanno avanti a caccia di riscontri alle sue dichiarazioni sul terrorismo internazionale. L’ipotesi è che Bari possa essere una «base logistica» dove c’è chi è in grado di fornire supporto e documenti falsi per estremisti islamici pronti a commettere attentati in Europa. Anche in Italia. Gli inquirenti vogliono capire se davvero, come sostiene lui stesso, Shewan Zebarey, iracheno di 39 anni, arrestato in pieno centro a Bari in flagranza di reato il 15 marzo scorso dagli agenti della Digos, perché trovato in possesso di una falsa carta d’identità rilasciata dalla Repubblica Ceca e intestata a un finlandese, «stando alle sue dichiarazioni, è in contatto con persone legate ad organizzazioni terroristiche», per dirla con le parole del gip del Tribunale di Bari Alessandra Susca.

ll magistrato che due giorni dopo convalidò l’arresto e dispose un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, ha disposto il giudizio immediato per il possesso di un documento d’identità palesemente falso, accogliendo la richiesta dei pm della direzione distrettuale Roberto Rossi e Renato Nitti. Per un processo che inizierà a maggio, però, due persone che l’uomo ha accusato come coloro che gli avrebbero fornito passaporti falsi destinati, forse, a terroristi, sono state scarcerate con parere favorevole della Procura. E la situazione si complica. Quanto è credibile Zebarey?

Alla Polizia l’uomo aveva raccontato di avere acquistato il documento falso in suo possesso per 500 euro da un cittadino albanese che «si occupa costantemente della produzione di falsi documenti. In pratica è il suo lavoro e tutti gli iracheni che conoscono si forniscono da lui», aveva detto. Nel corso di numerosi interrogatori l’uomo ha raccontato tanto. Ha riferito, anzitutto, di essere in possesso di tre passaporti falsi costati 5mila euro e che il suo incarico sarebbe consistito nel procurare visti d’ingresso in Italia. Per chi? Su questa parte della storia gli accertamenti, delegati ai carabinieri del Ros e alla Digos e seguiti in prima persona dal procuratore Giuseppe Volpe, sono in corso. Zebarey dice che dovevano arrivare in Grecia (a un algerino, a una donna tunisina e a un bambino). Lì, qualcuno avrebbe dovuto provvedere a cambiare le foto. «In considerazione del fatto che la persona che mi ha contattato è collegata all’integralismo islamico - fa mettere a verbale - se non proprio ad organizzazioni eversive internazionali, presumo che anche gli utilizzatori finali dei documenti dovessero entrare in Italia con scopi analoghi». L’uomo, nella sua veste di sedicente avvocato esperto in reati legati al terrorismo, sostiene di essere stato contattato da un personaggio di spicco del movimento integralista islamico legato al terrorismo internazionale «Ansar Al Islam». Il suo difensore, avvocato Gianluca Loconsole, preferisce non rilasciare dichiarazioni ma fa sapere che il suo assistito non ha nulla a che fare con il terrorismo.

Da chi l’iracheno avrebbe avuto i documenti falsi? L’imputato fa i nomi di due britannici, di origine irachena che qualche giorno dopo vengono fermati per favoreggiamento dell’immigrazione. Subiscono delle perquisizioni per terrorismo internazionale, ma i riscontri alle accuse non ci sono se entrambi, assistiti dall’avvocato Andreina Orlando, ieri sono tornati in libertà, avendo lasciato il carcere con il parere favorevole della Procura. Un incidente di percorso? Troppo presto per dirlo. L’inchiesta va avanti perché Zebarey ribadisce di sapere molto sulla pianificazione di attentati. La Procura è a caccia di riscontri.

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