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Giovedì 23 Novembre 2017 | 12:25

Bari

Delitto Mizzi, pentito rivela
una nuova versione su sicari

L’operaio ucciso fu per errore a Carbonara il 16 marzo 2011. A sparare non sarebbero stati Emanuele Fiorentino ed Edoardo Bove, entrambi condannati, bensì altri due affiliati al clan. Dichiarazioni che tuttavia la Procura ritiene poco attendibili

BARI - Le rivelazioni di un collaboratore di giustizia del clan Di Cosola di Bari, Paolo Masciopinto, nipote del boss pentito, forniscono una nuova versione dei fatti relativi all’omicidio di Giuseppe Mizzi, l’operaio ucciso per errore a Carbonara il 16 marzo 2011. Per il delitto sono stati condannati in secondo grado Emanuele Fiorentino a 20 anni di reclusione e Edoardo Bove a 13 anni e 4 mesi e il processo pende attualmente in Cassazione. La posizione del presunto mandante, il boss Antonio Battista, è ancora in udienza preliminare nell’ambito del procedimento cosiddetto 'Pilastrò nei confronti di 80 presunti affiliati al clan Di Cosola accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, traffico di droga e armi.

Per Battista c'era stata inizialmente archiviazione ma le dichiarazioni della moglie, Lucia Masella, e dello zio, il boss Antonio Di Cosola, entrambi pentiti, hanno consentito di riaprire il caso. Stando ora alle nuove dichiarazioni del collaboratore di giustizia Paolo Masciopinto, nipote del boss Antonio Di Cosola, depositate nel processo 'Pilastrò, a sparare non sarebbero stati Fiorentino e Bove, bensì altri due affiliati al clan. Dichiarazioni che tuttavia la Procura ritiene poco attendibili perché riferite de relato e perché in contrasto con quanto accertato dalle indagini e rivelato dagli altri collaboratori. Nella ricostruzione del pentito c'è poi il riferimento a quello che sarebbe stato il vero bersaglio dei killer di Mizzi, un affiliato al clan Parisi, già vittima di una violenta estorsione da parte degli uomini del clan Di Cosola. "Per la rabbia che per colpa sua i killer avevano sbagliato bersaglio, - dice Masciopinto - erano arrabbiati con lui e se la presero con la sua famiglia, gli sono entrati in casa, gli hanno picchiato moglie e figli e gli hanno fatto delle cose proprio brutte». «Traumatizzato» dall’episodio e dalle minacce di morte di Antonio Battista, ricostruisce ancora il pentito, gli avrebbe consegnato «120mila euro e poi altri 15mila per lasciare stare in pace la sua famiglia e poi ogni mese 500 euro per restare a Ceglie».

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