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Martedì 21 Novembre 2017 | 14:44

Così le incompiute di Bari penalizzano il territorio

Così le incompiute di Bari penalizzano il territorio
FEDERICO PIRRO*
Quando nei giorni scorsi il Presidente Renzi ha inaugurato la variante di valico fra Toscana ed Emilia, ha sottolineato come tale completamento dimostra che quando ci si impegna in Italia si possono raggiungere brillanti (e a volte insperati) risultati. 

E allora potremmo raggiungerne qualcuno anche a Bari? La situazione al riguardo non è delle migliori, nonostante l’impegno del Sindaco e dei suoi assessori. Ad esempio, improvvisamente è caduto il silenzio sull’iter di definizione del Pug, il nuovo Piano urbanistico generale. Dopo la delibera di Giunta del 6 agosto scorso, e una prima conferenza di «urbanistica partecipata» sul tema «Bari e il mare» organizzata (meritoriamente) dall’assessore al ramo la prof. Tedesco alcuni mesi orsono - che avrebbe dovuto nelle sue intenzioni preludere ad altri incontri ravvicinati nel tempo su diverse tematiche - la città non ha saputo più nulla dei tempi di approvazione del nuovo Piano, anche a causa della scomparsa del coordinatore scientifico, il prof. Gabrielli. Ma anche alcuni grandi interventi urbanistici - di cui si discute da almeno due decenni - non sembrano mai giungere a compiuta definizione. Si ricorda per tutti il famoso «Tondo di Carbonara». Il Gruppo Amoruso Manzari, ormai scomparso, vi aveva progettato, sia pure a livello di massima, un vasto intervento chiamato la «Porta del Levante». E sulla stessa area altri gruppi imprenditoriali in periodi successivi avevano coinvolto - almeno così apparve sulla stampa - anche famosi architetti internazionali in alcune definizioni progettuali rimaste poi anch’esse sula carta. E non parliamo della questione delicatissima di Punta Perotti.

Ma vi sono altre grandi incompiute a Bari che attendono - in alcuni casi da troppi anni - di essere portate a compimento. Nell’area portuale l’ansa di Marisabella avviata dal 1995 attende ancora il suo complemento, ma non è dato sapere quando esso avverrà, anche a causa (pare) di un duro contenzioso fra impresa e stazione appaltante. E così il Museo archeologico: ne è stata inaugurata da tempo solo una piccola sezione, mentre migliaia di pezzi giacciono ancora sconosciuti ai più nei sotterranei di quella che dovrebbe esserne la sede. E che dire dell’auditorium Nino Rota, sempre sul punto di essere inaugurato e poi ancora inagibile per l’una o per l’altra ragione?

E la casa dello studente nei pressi della multisala Showville? E il nuovo Palazzo di giustizia - che dovrebbe essere realizzato nell’area delle Casermette - quando realisticamente potrà essere costruito? E che dire poi dell’area ex Stanic? Ne è stata completata la bonifica? E l’Eni - che ne è tuttora proprietaria e che a suo tempo aveva delibato di venderla - è sempre intenzionata a farlo? E che dire dell’ormai eterno dibattito sul rilancio dell’area industriale e del Consorzio Asi ? Di tanto in tanto si riaccende il confronto mediatico per la rigenerazione dell’agglomerato Bari-Modugno e per il riassetto degli organi amministrativi del Consorzio ma poi, purtroppo, non accade nulla. Interventi sulle infrastrutture si realizzano, certo, impiegando cospicui fondi comunitari, ma ormai da lunghi anni si attende di sapere e di decidere se l’Ente consortile può diventare realmente un volano forte di sviluppo e di attrazione di investimenti nell’area del capoluogo e negli agglomerati di competenza o se, invece, nella sua gestione ordinaria debba attenersi ad una lettura restrittiva di quanto previsto nello statuto.

Ma anche sul piano di provvedimenti più limitati, di tanto in tanto, si agitano temi che poi puntualmente finiscono nel dimenticatoio. Ricordate ad esempio la filovia da Carbonara al centro? La si riattiverà, o i filobus resteranno ancora a lungo in deposito ad arrugginirsi?

Occorre dunque un cambio di passo a Bari che deve ritrovare nuovo slancio e rapidità di decisioni, anche su temi complessi. La nostra Città metropolitana è una delle aree più forti economicamente del Paese, ma in essa il capoluogo ha bisogno di ritrovare robustezza e costanza di crescita. È il caso di rilevare che ormai le imprese di industriali locali più grandi per volume di fatturato non stanno più a Bari, ma in Comuni del suo hinterland: Casillo a Corato, Casa Olearia italiana a Monopoli, Natuzzi a Santeramo, Divella a Rutigliano, Siciliani Carni a Palo del Colle, Exprivia a Molfetta, De Santis a Bitonto. Probabilmente - ma sono in corso accurati studi al riguardo - si faticherebbe a trovare un’impresa barese che tocchi o superi i 100 milioni di fatturato.

Il Sindaco Decaro è pienamente consapevole della sfida che ha di fronte, ma spesso è sfiancato dalla guerriglia di molti consiglieri di maggioranza e non ha purtroppo il supporto propositivo dei partiti che lo appoggiano. Allora, a questo punto, è necessario che tutti gli stakeholder cittadini assumano piena consapevolezza che bisogna fare un salto di qualità nel lavoro comune per la crescita. E che bisogna farlo in tempi rapidi, perché il Paese e la sua ripresa non aspettano Bari e i suoi ritardi. E men che meno le nostre pigrizie.
*Università di Bari

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