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Venerdì 17 Novembre 2017 | 18:11

Docente accusata di truffa Per il giudice del lavoro non fece mobbing in Ateneo

Docente accusata di truffa Per il giudice del lavoro non fece mobbing in Ateneo
NICOLA PEPE
BARI - Per la procura sarebbe una presunta mobbizzatrice, per i giudice della Corte di appello della sezione lavoro, no. Mobbing? Macchè. Risarcimento danni? Giammai. Tutt’al più screzi e conflitti interpersonali. La Corte di appello di Bari, sezione Lavoro, ha integralmente riformato la sentenza del tribunale che, due anni fa, condannò l'Ateneo per mobbing riconoscendo un maxi risarcimento di 550mila euro a un funzionario tecnico in servizio presso la Medicina del Lavoro alle dipendenze della prof.ssa Marina Musti, dalla quale avrebbe subito vessazione. La stessa docente che, ieri, su disposizione del gip, è stata sospesa per 9 mesi dal tribunale penale - come riferiamo in altro servizio - in quanto indagata per truffa e, tra l’altro, anche per comportamenti vessatori nei confronti della dipendente. Motivo per cui, ora, è stata «assolta» il 3 dicembre scorso in sede lavoristica (sentenza n. 3072/2015, depositata il 10 dicembre).

In primo grado, il tribunale aveva praticamente accolto le richiesta della difesa della presunta mobbizzata che lamentava una serie di comportamenti – tipiche del mobbing – da parte della docente per la quale operava.

L'istruttoria ha messo a fuoco una serie di episodi avvenuti a partire dal 2010, periodo dal quale la funzionaria sarebbe stata sottoposta a una sorta di vessazione. Uno degli episodi «chiave» della vicenda giuridica sarebbe stata la sostituzione della serratura di un armadietto in cui la dipendente custodiva alcuni documenti dell'ufficio (fatto avvenuto durante la sua assenza e per la sua riferita impossibilità a rientrare in ufficio), cui sarebbero seguite una serie di comportamenti di «isolamento», tutte smentite dalla difesa della docente dell'Ateneo che – al contrario – ha ribadito il riconoscimento alla sua collaboratrice. Altro episodio i cambi delle password di un pc nel quale erano memorizzati i dati di un registro di casi clinici.

L'Ateneo, nell'ottobre del 2010, istituì una commissione di indagine interna secondo la quale il clima di conflitto creatosi all’interno dell’Istituto era stato determinato esclusivamente da problemi caratteriali e di rapporti personali tra colleghi.

A maggio di due anni fa, il giudice del lavoro – valutando anche una serie di altri elementi ritenuti quali comportamenti «persecutori» - decise di infliggere la condanna all'Università, riconoscendo alla dipendente un risarcimento di 550mila euro ritenendo sufficiente utilizzare la perizia medico legale della stessa ricorrente (danno oltre 600mila euro) senza nominare un Ctu.

La Corte di appello, sezione Lavoro (presidente Marcello De Cillis, relatore Vito Francesco Nettis) accogliendo la tesi di difensori dell'Università, gli avvocati Simona Sardone e Bianca Massarelli, ha ora riformato la sentenza di primo grado respingendo il ricorso della dipendente. Non solo «il tribunale ha valutato in modo parziale e incompleto le risultanze istruttorie» si legge nella motivazione, dalle deposizioni dei testi «non c’è alcun riferimento a comportamenti persecutori» e, dulcis in fundo, il danno (inesistente) è stato giudicato «abnorme» in quanto in primo grado il Tribunale «ha prestato adesione completa alla perizia di parte». Per i giudici, insomma, i vari episodi sono riconducibili a screzi interpersonali non tra la funzionaria e il suo capo ma tra una dipendente e colei con la quale vi era stato un lungo rapporto di amicizia.

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