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Venerdì 24 Novembre 2017 | 19:44

Bari, i tedeschi pronti a lasciare la Osram

Bari, i tedeschi pronti a lasciare la Osram
di GIANLUIGI DE VITO

BARI - Germania addio, sbarca Singapore. Lampade a «mandorla». Non è una scelta estetica. Piuttosto, uno scenario che trapela con una certa insistenza. E riguarda il futuro di Osram. La fabbrica barese di lampade tradizionali che, assieme a quella di Treviso, rappresenta uno dei maggiori stabilimenti di produzione in Europa che la multinazionale tedesca ha nel settore, è sull’altalena. Sul piano occupazionale non vive terremoti come altre realtà produttive industriali, ma arrivano notizie che preoccupano.

Martedì 25 è in agenda un incontro interno nel quale lo scenario 2016 dovrebbe essere chiarito con una manciata di notizie più precise. E sì perché quello che inquieta i 189 lavoratori rimasti è proprio il fatto che da mesi tutto viene comunicato a singhiozzo. Un esempio? A metà ottobre lo stabilimento barese sapeva con esattezza i volumi di produzione per l’intero anno successivo. Ora invece si naviga a vista, mese per mese.

Qualche certezza, sul futuro, però, c’è già. Osram ha già annunciato di voler dismettere il traditional lighting, separando il ramo dagli altri asset per poi venderlo a una nuova Compagnia. Una prospettiva che tocca le sorti di 11mila lavoratori dei 33mila sopravvissuti alla crisi e ai tagli che la multinazionale tedesca ha fatto negli ultimi anni.

Quali siano i possibili scenari non è difficile intuirlo, anche se le bocche rimangono cucite. Di fatto si sa che l’intera operazione di cessione, nel quale rientra lo stabilimento di Bari, avverrà entro luglio.

Il mercato asiatico è quello che offre le sponde più robuste per portare a termine l’operazione. E questo per una serie di ragioni. Una su tutte: la produzione di lampade tradizionali segna il passo nei mercati occidentali. Non così invece nei mercati orientali interessati ancora a volumi piuttosto grossi. D’altra parte, è acquisito il fatto che nello stabilimento barese le commesse arrivano proprio dall’Est Asiatico, Corea prima di tutto. Voci non confermate tracciano un quadro di possibili acquirenti ben delineato, sulla base anche delle alleanze economiche che la multinazionale ha già impiantato per sfidare la competitività internazionale. «Diamond Lamps», holding di Singapore, leader nella produzione di modulari (lampade inserite nel cage) è già partner autorizzato per Osram, oltre che per Philips , Ushio, Genuine Lamps Alliance e Phoenix Electric. Insomma, prevedere sponde singaporiane non è ipotesi campata in aria. Il matrimonio asiatico circola in maniera insistente, più di uno scenario che vorrebbe investitori di fondi americani. Ma questo è il futuro prossimo.

Intanto, c’è da gestire un presente dal fiato corto. Che preoccupa al pari della cessione e della vendita. Nello stabilimento barese c’è da attuare il terzo step deciso anni fa per fronteggiare il calo drastico della produzione. E questo significa la riduzione di 30 unità tra le 189 attualmente impiegate, entro il 2017.

I motivi di preoccupazione derivano anche dal fatto che il rilancio annunciato il 6 agosto da Roma, direttamente dal Ministero per lo Sviluppo economico, e dalla sottosegretaria Simona Vicari, si è rivelato un proclama senza fatti. Osram Bari sarebbe diventata «centro europeo di recupero di tutte le lampadine non led», è stato l’annuncio di agosto, fatto dopo che Olaf Berlien, numero uno europeo della multinazionale tedesca, sottopose alla Vicari due progetti in grado di far tirare il fiato non solo ai 189 dipendenti impiegati nello stabilimento di via delle Ortensie, ma anche ai lavoratori della storica azienda italiana «Clay Paky» di Seriate, in provincia di Bergamo, recentemente acquisita proprio dal gruppo tedesco. Mentre la «Clay Paky» avrebbe consolidato il segmento di impianti di illuminazione utilizzati soprattutto nei grandi ambienti e in particolare nel mondo dello spettacolo, lo stabilimento di via delle Ortensie della zona industriale di Bari-Modugno sarebbe diventato di lì a poco una grande centrale di riciclo di lampadine di tutta Europa. La Vicari fu trionfale: «Si tratta di un’occasione per la creazione di nuovi posti di lavoro. Le grandi aziende, anche estere, guardano con interesse e fiducia all’Italia. Le riforme che stiamo attuando con celerità e la volontà del Governo di attrarre investimenti esteri ci hanno permesso di trovare una ottima base di partenza per avviare un percorso destinato a concludersi con successo grazie alle misure già attive come i contratti di sviluppo e l’agenda digitale».

Il fatto è che l’annuncio di Berlien lasciava presagire un altro macchinario di recupero lampadine, in aggiunta a quello attuale. Un macchinario che inghiotte lampadine, frantuma, separa elementi che escono da un nastro trasportatore per poi essere caricati e trasportati all’esterno. La macchina di recupero è gestita da un dipendente di una impresa di pulizia, insomma da un’ azienda esterna. Un solo addetto, per un turno di lavoro, che comincia al mattino e termina nel primo pomeriggio. Macchina assai costosa, non c’è dubbio. Acquistarne altre significa, certo, fare investimenti. Ma quante altre macchine installare, visto che occorrono spazi non indifferenti? E poi, con quali ricadute produttive, visto che per il funzionamento del «compattatore» basta una sola persona? Certo, con altri compattatori si potrebbe lavorare a ciclo continuo, ma il numero degli operai da utilizzare non supererebbe quello delle dita di una mano. Quindi, investimento sì, ma non posti di lavoro.

E di nuovi compattori non si vede neppure l’ombra.

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