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Domenica 19 Novembre 2017 | 17:08

«Cervello» barese tra i migliori scienziati Usa

«Cervello» barese tra i migliori scienziati Usa
di NINNI PERCHIAZZI

È barese uno dei sei ricercatori che rappresentano l’orgoglio dell’Italia in campo  scientifico negli Usa e in Canada. Giuliano Scarcelli è  uno dei vincitori dei premi Issnaf 2015 (Italian scientists and scholars of North America  Foundation), il riconoscimento  annuale attribuito dalla fondazione sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica agli scienziati e studiosi italiani che si fanno valere  nell’ambito della scienza.

Scarcelli, fisico, non ancora quarantenne, laureatosi a Bari è assistant professor alla University of Maryland (dipartimento Fischell di Bioingegneria) ed ha meritato il premio,  -  ricevuto  nel corso del ricevimento presso l’Ambasciata italiana -  nel settore  nella categoria Medicina, Bioscienze e scienze cognitive grazie alla ricerca  intitolata «Three-dimen sional mapping of intracellular elasticity by Brillouin confocal  microscopy».

Un barese a Washington  via Harvard. Possiamo di re che è tutta colpa (o me rito, dipende dai punti di  vista) del basket?
«Mi piacerebbe essere qui in  America a giocare o ad allenare la squadra di basket  dell’università del Maryland,  non a insegnare e fare ricerca  in bioingegneria. Comunque tutto inizia al Cus Bari. Sin da  bambino ero molto bravo a  scuola e non molto bravo a  pallacanestro».

Allora tentò la via della  panchina.
«A 17 anni iniziai ad alle nare. Oltre ai bambini ho fatto  per un po’ di anni il secondo a  Donato Cassano (uno dei migliori allenatori baresi, ndr)  durante gli anni di Fisica a  Bari. Anche li’…ero molto piu’  bravo in fisica che ad allenare.  A un certo punto dovevo fare  una sorta di scelta, se dedicare  piu’ tempo a diventare un buon allenatore (fare corsi, trovare  opportunità migliori). Per 10  secondi ci ho pensato e ne ho  parlato con Donato. Che mi disse: “Giulia’…tu sei bravo in  Fisica? Lascia stare la pallacanestro. Voglio sperare che  parlasse per il mio bene futuro  e non perché ero un allenatore  scarso».

La strada era tracciata, no nostante la passione per la  palla a spicchi.
«Mi  laureo e i miei due prof. di Bari (Garuccio e Berardi)  avevano una collaborazione in Usa col prof. Shih, uno dei fondatori e più importanti scenziati al mondo in ottica quantistica. Lui cercava studenti di  dottorato, i miei prof. mi parlarono di questa opportunità e  così decisi di fare il dottorato in  fisica applicata in America».

E la vita cambia.
«Anche qui il basket c’entra  molto. Il prof Shih era in Maryland. In quegli anni la squadra di basket dell’università  del Maryland era fortissima,  mi ricordo che di notte vedevo  le partite del tornEo Ncaa  durante al March madness o gli  scontri con Duke. L’idea di an dare in Maryland mi eccitava  tantissimo. Così mi trasferii  nel 2001. L’anno dopo nel 2002  Maryland vinse il campionato.  Fantastico».

Dopo il Maryland arriva  l’occasione di Harvard.
«Professionalmente, il gruppo del prof. Shih era di altissimo livello. Nel 2006 ho finito il dottorato (che era in co-tutela con l’Università di Bari, grazie all’aiuto del prof Garuccio per mantenere contatti  e pianificare magari un ritorno). Quindi sono passato all’ottica biomedica e ho trovato un  posto di post-dottorato ad Harvard. Sono rimasto lì per 8 anni  prima come postdoc, poi come ricercatore e poi come assistant professor».

 Quali progetti ha sviluppato negli anni di Harvard?
«Ho  lavorato allo sviluppo di  una nuova tecnica microscopica totalmente non invasiva  finalizzata a  misurare le proprietà meccaniche di cellule,  tessuti e biomateriali solo  usando la luce, senza toccare il  campione. Su questa tecnica  abbiamo 4 brevetti già acquistati da industrie, stiamo facendo un clinical trial per l’utilizzo in diagnostica per l’oftalmologia. La linea di ricerca  sta avendo abbastanza successo, abbiamo vari progetti finanziati dal National institute of Health e National science  foundation (l’equivalente di Sa nità e Cnr) e foundazioni pri vate per studiare la biomeccanica della cellula».

Quindi il ritorno in Maryland.
«L’anno scorso, il dipartimento di Bioingegneria  dell’università del Maryland,  mi ha fatto una splendida offerta di trasferire il mio laboratorio. E’ un dipartimento  giovane con tanta voglia di cre scere. Ho accettato perché sento il  Maryland come la mia  “casa” in Usa. Ho anche mantenuto una posizione di visiting  assistant professor ad Harvard  per concludere I trial clinici del  nostro strumento.

Pensa mai a  tornare in ita lia?
«No. Non seriamente. Qui so nofelice.  La vita/professione  del ricercatore/professore negli Usa è molto eccitante. Si  lavora tanto perché il sistema è  molto competitivo e attrarre  finanziamenti per i progetti di  ricerca è difficile, ma personalmente non vivo "fare ricerca" come un vero lavoro. Mi  piace tanto ciò che faccio, e non  mi stanca. Pensare a nuove so luzioni per problemi importanti, inventare nuove tecnologie e nel frattempo soddisfare curio sità intellettuali non è un vero  lavoro. È un privilegio».

Lei è quindi un cosiddetto  cervello in fuga in via de finitiva?
«A parte tutto c’è un problema di risorse.  Premetto, io  sono uno "fortunato". Ho  sempre mantenuto un rapporto strettissimo con i miei prof.  italiani, e loro si sono spesso  preoccupati di fornirmi offerte, occasioni di tornare per periodi bravi o lunghi».

Quindi a lei non si applica  la storia di chi scappa perché all'università non gli  si danno opportunità?
«Nel mio caso le opportunità  in Italia non sono all'altezza di  quelle del resto del mondo. Vi  do  due numeri. Quando l'università del Maryland ha deciso  di farmi un'offerta per convincermi a lasciare Harvard, ha  messo in gioco risorse (per laboratorio, attrezzatura e fondi  per personale del mio gruppo)  superiori a un milione di dol ari. Vi garantisco che negli  Usa non è affatto un costo alto.  Per un prof. più affermato di  me offerte milionarie sono la  normalità. Attenzione non sono stipendi, ma risorse investite per la ricerca. Gli stipendi  personali sono quasi sempre  fissi e non troppo negoziabili.

Eppure non sono pochi i  tentativi a livello istituzionale di far tornare in Italia  le alte professionalità?
«Quando si parla di "gruzzoli" per attrarre ricercatori  dall'estero, non credo che ci si  renda conto degli ordini di  grandezza necessari per essere  competitivi ed attrarre persone  che vogliano continuare a fare  ricerca ad alto livello. Forse altri campi di ricerca (teorici)  hanno bisogno di meno risorse,  forse altri ricercatori pur di  tornare in italia sono disposti  al compromesso di un posto  fisso ma con risorse limitate per la ricerca. Io sto bene  qui».

Insomma, tornando al ba sket, si può dire che lei  adesso gioca nella Nba?
«Fare ricerca negli Usa è così. E io vivo come  un giocatore  di basket che è approdato nell’NBA. Chiedete a Belinelli  (uno dei tre italiani che gioca  negli Us, ndr) se preferisce tornare in italia o stare con Popovich, Ginobili e compagnia  cantante? Senza offesa all'italia».

Scarcelli infine rivela un altro retroscena. «Ho appena reclutato  dal dipartimento di Fisica dell’università di Bari un’altra giovane promessa. È Antonio Fiore, di Ruvo di Puglia. Guardiamo insieme il video di Gianluca Basile (ex azzurro del basket, ndr) che segna a valanga contro gli Usa (nel 2004 nella prima vittoria italiana contro gli Usa, ndr). Io  Basile l'ho marcato nel campionato Cadetti. Il coach mi  mise in quintetto, Basile segnò 14 punti in 4 minuti. Fui messo  in panca ad ammuffire». In fondo la strada per il successo era già segnata.

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