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Sabato 18 Novembre 2017 | 16:48

«Fukushima e il Papa? A me ha salvato la vita»

di NINNI PERCHIAZZI
«Fukushima e il Papa? A me ha salvato la vita»
di NINNI PERCHIAZZI

BARI - Complotto o malattia, macchinazione o consulto, chiunque abbia scelto il professor Takanori Fukushima per rendere credibile un fake di dimensioni galattiche o per far curare Papa Francesco non ha sbagliato. Il luminare nipponico della neurochirurgia mondiale è perfetto in entrambi i casi. Può il santo Pontefice non andare da uno dei migliori specialisti del globo terracqueo nella cura dei tumori al cranio? Chi scrive ne sa qualcosa, e i lettori vorranno perdonare la licenza di narrare in prima persona quanto accaduto qualche anno fa. È ormai trascorso più di un lustro da quando ho avuto il piacere di conoscere il grande medico. Non un incontro normale, considerate le tante variabili impazzite e indipendenti che hanno accompagnato il mio viaggio in North Carolina.

Qualche mese dopo aver scoperto di avere un tumore all’orecchio (si chiama neurinoma acustico ed è situato all’interno del cranio) e dopo una ricerca rapida ma meticolosa (complice mia moglie) ho scelto di farmi operare da Fukushima. Il motivo? Ha risposto in 48 ore alla mia e-mail (ne ho inviate parecchie in tutto il mondo), spiegandomi esattamente come mi avrebbe operato - con quale tecnica -, quali percentuali di riuscita avrei avuto, con annessa data per l’operazione. Competenza, rapidità, chiarezza, fiducia. Tutto ciò che un paziente vorrebbe avere. Sempre.

Tutto facile no? Di mezzo c’è però il mare. Anzi l’oceano Atlantico. E una tempesta che mi blocca tre giorni a New York, rinviando il mio arrivo a Raleigh, alla clinica della Duke University. Alla fine arrivo in North Carolina alle 22 del giorno precedente a quello fissato per l’intervento. Angoscia, ansia, timore che salti tutto. Non col prof. che mi chiede di avvisarlo telefonicamente dell’arrivo in aeroporto, in modo da farsi trovare in albergo per la visita! Così scendo dal taxi e trovo Fukushima con la sua business manager Lori Radcliffe ad accogliermi nella hall dell’hotel. Il tempo di qualche convenevole quindi, sempre nella hall, visiona la Tac sventolando le lastre verso la luce e mi conferma la diagnosi.

«Per il nervo facciale ti avevo dato il 90% di successo, ora è il 99, stai tranquillo», aggiunge. E mi dice di prendere il bagaglio e di seguirlo, non prima di aver suggerito alla mia consorte di stare tranquilla, di riposarsi e di presentarsi in ospedale dopo le 14. A mezzanotte circa mi ricovera in clinica, dispone che mi vengano fatti tutti gli esami di rito (all’una è tutto concluso) e mi saluta. «Ci vediamo alle 7 in sala operatoria», il suo commiato. «Are you ready?» , il suo buongiorno alle 6,55 prima di effettuare un intervento che, tra una complicazione e l’altra, durerà fino alle 16:30. Più di tre ore oltre il previsto, che non impediscono a un membro del suo staff di telefonare a mia moglie per rassicurarla e invitarla ad andare in ospedale un po’ più tardi. Un giorno in terapia intensiva ed è lo stesso chirurgo a farmi alzare per la prima volta portandomi sottobraccio in giro per il reparto, quindi le visite quotidiane nei quattro giorni successivi prima della dimissione.

Il refrain si ripete ancora per una settimana pur soggiornando in albergo, coi controlli effettuati nel suo studio, fino al via libera per poter prendere l’aereo. Fisico asciutto, non un filo di grasso, sempre disponibile, pratico, sorridente. In quei giorni ha operato altri due italiani, per una dei quali il prof. ci chiede di fare da traduttori. Noi operati, lo invitiamo a fare una foto assieme. Il giorno dopo si presenta con un giovane assistente armato di mega macchina fotografica e per ciascuno di noi il disegno fatto a mano del nostro tumore. Che grazie a lui, un luminare, abbiamo sconfitto.

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