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Lunedì 20 Novembre 2017 | 12:49

C’era una volta il «mafioso» Cavallari Ecco l’immenso patrimonio pdf che «Cicci» vuole indietro

C’era una volta il «mafioso» Cavallari Ecco l’immenso patrimonio pdf che «Cicci» vuole indietro
di Carmela Formicola

BARI - Cravatte jacquard, all’epoca si usava così. Si diceva ne avesse 12 tutte uguali. E anche 12 costose regimental. E almeno 12 o forse 24 maglioncini di cashmere, da usare nelle occasioni informali. Ai ricchi piace la dozzina, come unità di misura. Chissà perché. E Francesco Cavallari era indiscutibilmente un uomo ricco (magari lo è anche oggi ma la circostanza al momento non ci riguarda).

Ricco, ricchissimo. Si narra che all’epoca d’oro del Teatro Petruzzelli - gestione Ferdinando Pinto - il re della sanità privata barese avesse regalato agli amici un viaggio in Egitto, con volo charter, per andare a vedere l’Aida alle Piramidi. Non tutti, della comitiva, apprezzavano Giuseppe Verdi, ma questo è un dettaglio. E quella era tutta un’altra epoca, aurea e opulenta un fiorire di accordi e amicizie, carriere e palazzine, di soldi e bella vita. Altro che i tempi uggiosi e striminziti di oggi, questo anemico orizzonte che ti tocca a meno che non sia tra i truculenti speculatori di Roma Capitale (che però anche quelli una bella fine non la stanno facendo).

Quando lo chiamavano Re Mida - Francesco Cavallari, nel 1994, quando i primi magli della magistratura cominciarono a colpire, era proprietario non solo delle mitiche Case di cura riunite (ben dieci cliniche e una undicesima in costruzione) ma anche di una serie di società quali Oncohospital, Magida, Immobil D, Immobil M, Immobil Ag, Immobilgero, Gerohospital, Cardiohospital e altre ancora. Poi c’erano le ville e gli appartamenti, i titoli, i conti correnti, le automobili, le collezioni d’arte, le lire, i marchi, le sterline. Ma gran parte di questo patrimonio, com’è noto, è stato confiscato dalla magistratura nel dicembre 1996. Sono bastati circa due anni alla Giustizia per azzerare non solo un impero ma anche un pezzo di storia barese. Perché «Cicci», come lo chiamavano gli intimi, è stato un autentico personaggio, amato ed odiato, sfruttato, forse sfruttatore, per taluni generosissimo, per altri uno squalo.

L’intreccio mafia politica affari - Una «triangolazione», l’avevano chiamato i giudici inquirenti, l’intreccio fatale tra impresa, politica e mafia. Mafia, già. Roba seria. Difatti Cavallari il 30 giugno 1996 patteggia una pena a un anno e dieci mesi di reclusione per associazione mafiosa. Secondo i magistrati l’impenditore avrebbe «promosso diretto e organizzato tra il 1985 e il 1994 un’associazione per delinquere di stampo mafioso assieme ai pluripregiudicati Savino Parisi e Antonio, Mario e Giuseppe Capriati con la partecipazione di altre 25 persone».

Il paradosso - Ma a distanza di anni e anni (quando forse di Cavallari, cliniche, triangolazioni, tangenti vere o presunte ci eravamo scordati tutti) l’ex imprenditore - che oggi simpaticamente gestisce (!) una gelateria a Santo Domingo - chiama i suoi avvocati e chiede: scusate, sbaglio o sono l’unico condannato per mafia in quel dannato procedimento? E i legali gli confermano che non sbaglia affatto. Perché la grande inchiesta sulla sanità privata culminata nel 1995 negli arresti della cosiddetta «Operazione Speranza» (allusione all’aria pulita che finalmente si sarebbe tornata a respirare dopo gli anni plumbei delle gestioni amicali) alla fine si è sciolta nel nulla. Qualcuno, con sintesi giornalistica, l’avrebbe definita «flop», almeno in termini di risultato finale. Qualche proscioglimento, qualche assoluzione, qualche prescrizione e del grandioso impianto accusatorio rimasero le ceneri. Possibile? Sì, e ancora oggi gli osservatori si domandano se fosse frettolosa, paranoica o peggio «politica» l’accusa, se sia invece stata morbida la magistratura giudicante, se siano stati prodigiosi gli avvocati degli imputati. Tant’è. Quel che è fatto è fatto.

Come si fa un’associazione mafiosa da solo? - Ma torniamo a Cavallari che tra le palme e le noci di cocco, nella beatitudine dei Caraibi a un certo punto comincia a domandarsi: non ho capito, sono io l’unico fesso? Pardon: colpevole? Lui, informatore scientifico, compìto, sorridente, cattolico, un self made man che nel buen retiro dominicano intuisce la logica stringente del sillogismo aristotelico senza nemmeno averlo studiato, Aristotele. Il codice penale è moto chiaro. All’articolo 416 recita: «Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti...». Il 416 bis connota l’associazione di stampo mafioso. In ogni caso, per dar vita a un’associazione per delinquere, mafiosa o meno, bisogna essere almeno «tre o più persone». Cavallari a questo punto del ragionamento si chiede: ma se non ci sono altri condannati, con chi l’avrei fatta io questa cavolo di associazione mafiosa?

Alcune buone ragioni per chiedere la revisione - Decidere di chiedere la revisione del patteggiamento significa per Cavallari riprendersi un paio di cose fondamentali: la dignità. E i soldi. Se i giudici stabilissero che Cavallari non è mafioso, verrebbe meno anche l’ordinanza di confisca dei suoi beni, emessa in base alla normativa antimafia. Sacrosanto: sei mafioso? Ti tolgo i soldi, che sicuramente hai guadagnato in maniera illegale. Ma all’ex Re Mida della sanità pugliese non interessa soltanto la possibilità di riavere indietro l’ingente patrimonio confiscato (i soldi non sono mai troppi, anche Pablo Picasso diceva: «Mi piacerebbe vivere come un povero ma con un sacco di soldi»). C’è dell’altro, c’è di più. Cancellare il reato di associazione mafiosa significa riprendersi un pezzo di vita. La soddisfazione di dire: avevo ragione quando dicevo che non ero mafioso, che c’era un teorema, un accanimento contro di me. Una questione di immagine, oltre tutto, e per la borghesia, certe volte, l’immagine conta più dei soldi.

Corte d’appello, Cassazione e ritorno - Così Cavallari, assistitito da due avvocati-mastini (il tranese Mario Malcangi, relativamente giovane ma soprattutto agguerito e il luminare della legge professor Franco Coppi, già legale tra l’altro di Giulio Andreotti) chiede la revisione del patteggiamento. Revisione che riceve dai giudici della Corte d’Appello di Lecce un granitico «No». La Corte di Cassazione, tuttavia, cui la difesa dell’ex imprenditore ricorre, rispedisce le carte a Lecce. «Vedete bene», sussurra in soldoni la Suprema corte. E il 18 settembre scorso i giudici d’Appello leccesi hanno deciso di acquisire la sentenza di patteggiamento e tutti i verbali del procedimento concluso nel ‘96. I giudici torneranno a riunirsi a metà gennaio, in seguito potrebbero decidere di rideterminare la pena inflitta all’ex presidente delle Ccr e di eliminare dunque il reato di associazione mafiosa.

Ma è il copione di Punta Perotti? - La storia si ripete. Qualora la Corte d’Appello di Lecce accogliesse le richieste di Cavallari ci sembrerebbe di assistere a qualcosa di già visto. «Assolti e confiscati» è il titolo che Michele Matarrese ha dato al suo libro autobiografico, un titolo che ha dentro l’ossimoro di una vicenda giudiziaria surreale: i costruttori di Punta Perotti, nel lungo e controverso procedimento giudiziario, sono stati a un certo punto assolti dall’accusa di lottizzazione abusiva. Tuttavia gli scheletri di Punta Perotti sono rimasti sotto confisca, e poi abbattuti in uno show mediatico-politico che tutti ricordiamo. A quel punto la famiglia Matarrese ha dovuto costruire un impianto giudiziario internazionale, perfino più tenace del cemento armato, per sentirsi dire alla fine, ma molto alla fine, e sempre con la lieve smorfia del dissenso legalistico: va bene, forse avevate ragione voi. Risultato: prima o poi l’amministrazione dovrà risarcire i costruttori degli edifici (abbattuti) di Punta Perotti e magari restituirgli i suoli dove oggi si stende la verde spianata della giustizia. O ingiustizia. Punti di vista.

Una stagione indimenticabile - Non a caso sia il caso Punta Perotti sia l’affaire Ccr (ma non dimentichiamo l’oscura storia del rogo doloso del teatro Petruzzelli) maturano sostanzialmente nella stessa stagione. Si nutrono di un humus, pescano negli stessi ambienti, in quella Bari sull’orlo del grande salto di qualità, pronta a cambiare pelle e a dire basta al marchio/stereotipo «bottegai, commercianti, levantini, palazzinari», no, no: noi siamo ben altro! Ma qualcosa si è inceppato nel meccanismo del revanchismo. Le cause? Mah, bisognerà chiederlo ai sociologi, agli economisti, agli intellettuali.

Tribunale, il palazzo dei passi perduti - Da cronisti possiamo solo fare un salto all’indietro, nei corridoi del palazzo di Giustizia di piazza De Nicola. Qualcuno riteneva di avere buoni amici tali da coprire le audacie? Qualcun altro aveva deciso di vestire i panni del giustizieredellanotte e fare piazza pulita di ogni illecito anche solo sospetto? Sospetti, veleni e fango, di fatto, alla metà degli anni Novanta, si sono consumati nei corridoi (e non solo) della giustizia barese. Ma sono cicli destinati a ripetersi, né possiamo dimenticare che spazzata via la (presunta) triangolazione che governava la sanità privata convenzionata pugliese, non siano venute altre batoste giudiziarie, in epoca più recente, a raccontarci crudamente che forse una sanità scevra da interessi non esisterà mai. Vuoi che da qualche parte della Puglia, in questo stesso istante, non sia all’opera il Tarantini di turno pronto a tentare di corrompere qualcuno per piazzare le protesi commercializzate dalla sua società magari intestata a un cugino lontano? Ah, quante cose abbiamo visto noi umani...

E se dovessero restituirgli tutto? - Ma torniamo a Francesco Cavallari. E al suo patrimonio. Le gloriose, eleganti, efficientissime cliniche private sono diventate patrimonio della Cbh. Qualcuna ha chiuso, qualcun’altra è stata accorpata, altre sono state riconvertite. Ci sono stati procedimenti civili e poi scioperi, proteste, cassintegrati, interrogazioni parlamentari. In più la tecnologia ha rifatto il giro del mondo e le leggi sono cambiate. Morale: difficilmente, qualora Cavallari rientrasse in possesso delle quote societarie delle sue antiche società, il polo sanitario privato potrebbe rinascere con quella struttura e quell’organizzazione.

Poi ci sono le quote delle società edili e immobiliari. L’ex presidente delle Case di cura riunite le cliniche se le costruiva da solo, con le sue aziende. Così non solo erano floride le sue attività sanitarie ma lo era anche il suo business edilizio. Ma questi, lo abbiamo già detto, sono tempi cupi, la crisi ha messo in ginocchio moltissime imprese edili, sono sopravvissuti soltanto i grandi e una marea di gente sta a spasso.

E che dire della sfarzosa villa di corso De Gasperi? Oggi è occupata dalla Guardia di Finanza, che ha sistemato certi tristi armadietti di metallo e la macchina per le fotocopie accanto al camino bianco con le colonnine doriche. Che fai: sfratti le Fiamme Gialle? Cose che solo in Italia possono succedere.

Ma queste sono tutte congetture. Una volta rientrato in possesso del suo immenso tesoro, Francesco Cavallari potrebbe

a) tornare sulla scena sociale ed economica barese come una consumata primadonna, quale di fatto è già stato;

b) rinchiudersi in uno dei suoi lussuosi appartamenti o delle sue sontuose ville e fare il nonno felice.

(C’è anche una terza opzione: restare a Santo Domingo, in compagnia della sua giovane compagna dominicana, continuare a servire il buon gelato italiano e mandare tutti a quelpaese, che magari dà ancora più soddisfazione).

Il filone romantico - Ville, appartamenti e poi, come ogni ricco che si rispetti, Cavallari aveva anche un bel parco macchine, una Maserati, una «collezione di beni d’interesse storico e archeologico», come annota il giudice nell’ordinanza di confisca. E ancora quote societarie, titoli, conti correnti. Un tesoro intestato anche ai figli Daniela, Marco e Alceste Giancarlo e alla moglie, Grazia Biallo, che lo lasciò intensamente provata dallo scandalo. In una effervescente intervista rilasciata in esclusiva alla Gazzetta del Mezzogiorno nel luglio 2013, Cavallari ammise: «Sì sono ancora innamorato di mia moglie. Le ho detto che finiremo la nostra storia insieme». Una boutade? Chissà...

I messaggi cifrati - Francesco Cavallari, nel tempo, ha affinato le sue doti di comunicatore, che sono sempre state il suo punto di forza, fin dall’epoca dei giri faticosissimi che toccano a ogni informatore scientifico che si rispetti, epoca in cui - si narra - manteneva il sorriso anche dinanzi alle porte sbattute in faccia. Ma ora si è fatto più acuto, più sottile, più ironico. Nelle rarissime dichiarazioni pubbliche è stato chiaro a tutti quanti messaggi cifrati stesse inviando a personaggi di ogni genere, pesci grandi e piccoli, amici, ex amici, vecchi nemici, uomini e donne. E ai magistrati, ovvio. Dalla donna che per prima lo fece arrestare (l’attuale procuratore generale di Bari, Anna Maria Tosto) al suo più grande accusatore (Alberto Maritati, già procuratore nazionale antimafia aggiunto poi anche sottosegretario di un governo di centrosinistra), fino a uno dei giovani pubblici ministeri che firmò le richieste di arresto dell’«Operazione Speranza» (Michele Emiliano, l’attuale presidente della Regione Puglia).

II finale possibile - E adesso? Il 2016 potrebbe essere l’anno della cancellazione del reato di associazione mafiosa, della restituzione dei beni confiscati e del trionfale ritorno a Bari. E - chi può dirlo? - delle clamorose rivelazioni che, 22 anni dopo l’arresto, a 77 anni d’età, Cavallari potrebbe infine decidersi a fare. Raccontando davvero la storia che solo qualcuno conosce, che solo in pochi hanno intuito.

I pochissimi amici che gli sono rimasti accanto in tutto questo tempo (tanti altri hanno preso il volo dopo il rovesciamento di fortune) parlando di «Cicci» amano citare una canzone di Francesco De Gregori, «Il panorama di Betlemme», quando il vecchio soldato sul campo di battaglia dice «... io non sono quel tipo di uomo che si arrende senza sparare». Ecco, questo era (forse è ancora) Francesco Cavallari, l’uomo in doppiopetto e cravatta che con la ventiquattrore di similpelle girava come una trottola dal lunedì e al sabato e la domenica andava a messa con le suore negli istutiti religiosi, preparando in cuor suo la grande scalata alle vette del successo.

Dei beni che forse un giorno lo Stato gli restituirà, anche la villa di Rosa Marina (attualmente occupata da un’associazione che di tanto in tanto porta i disabili al mare): «Qui passerò i miei prossimi 50 anni di vita», confidò fiducioso Cicci alla Gazzetta nel luglio 2013. Contento lui.

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