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Mercoledì 22 Novembre 2017 | 14:01

Stefàno: stimo Nichi ma così non va «Il Pd? La mia casa è il centrosinistra»

Stefàno: stimo Nichi ma così non va «Il Pd? La mia casa è il centrosinistra»
di Michele Cozzi

Dario Stefàno, sta trattando il divorzio da Vendola?


«È bastato un titolo per scatenare un putiferio e ora la domanda è “Stefàno se ne va?” piuttosto che “dove stiamo andando?”. Così come ridurre la questione ad un innamoramento politico che finisce è la strada meno adatta alla discussione di un punto che resta politico e che incrocia le motivazioni che hanno tenuto insieme il mio essere in politica e nelle istituzioni e la visione di una sinistra moderna che Vendola ha saputo incarnare. Nessuna trattativa, quindi, perché il legame con Nichi è forte, di reciproco rispetto e lealtà. Non c’è nessuno che lo ha manifestato più di me anche nella mia battaglia nelle primarie, dimostrazione evidente di quanto rappresenti per me la sua visione di governo delle politiche pubbliche».

Che cosa non la convince dell'ultima fase del vendolismo?

«Vendola ha prodotto una delle esperienze più significative per la sinistra italiana, per questo non approvo che viva questa fase, così importante, in maniera defilata: l'unico leader al momento resta lui. Ed a lui chiedo di non rinunciare all’idea che il centrosinistra doc possa tornare a governare questo Paese. Renzi è considerato l’ostacolo principale a tutto questo, ma non può divenire l’alibi per la fine del centrosinistra: la battaglia si fa da dentro, non rinunciando a prescindere ad un progetto. Siamo all’opposizione, come lo eravamo con Letta. Abbiamo contestato la scelta del governo d’emergenza dopo il pareggio elettorale, le dimissioni di Bersani, l’elezione di Napolitano, la fine di Italia Bene Comune. Credo oggi sia giusto domandare al segretario del Pd se ritiene l’accordo con Ncd un’alleanza di scopo, che finirà con la legislatura figlia della contingenza, o una scelta politica definitiva. Ma anche chiedere a Sel se ritiene il rapporto con il Pd possibile solo in Puglia o replicabile in futuro e nel resto del Paese».

Nichi parla di un nuovo cantiere. È la vecchia sinistra che continua a pensare che dividendosi si diventa più forti?

«C’è una discussione in corso su come la sinistra possa tornare ad essere incisiva in una fase politica in cui il vero rischio è l’affermarsi di una destra populista e xenofoba. Il tema, però, resta: isolare l’iniziativa politica o provare a riportarla al centro di un progetto di coalizione in cui la sinistra possa essere in grado di indicare la rotta? Lo stesso che ha consentito alla sinistra di produrre esperienze straordinarie: Vendola in Puglia, Pisapia a Milano, Doria a Genova, Zedda a Cagliari, e a Molfetta. Se la sinistra si fosse isolata queste esperienze non sarebbero mai esistite. Ed è un peccato che oggi pochi esponenti di Sel ne rivendichino il valore o l'importanza di una prosecuzione».

Passerà al Pd?

«Così si banalizza un ragionamento che è, invece, tutto politico. La mia casa è il centrosinistra e la mia aspirazione è che torni al governo del Paese. Coerentemente con quanto ho fatto in Puglia: dopo dieci anni di esperienza Vendola mi sono candidato alle primarie, abbiamo stretto una coalizione col Pd e ora siamo al governo insieme. Come lo siamo in Lazio, Sardegna, Friuli... Il paradosso è che ad accendere questo dibattito - che colleghi e militanti mi sollecitano e condividono - sia stato io, che come tutti sanno, non sono iscritto a Sel, nata per essere la gamba sinistra di un coalizione di governo. Ora, è lecito chiedere quale sarà il suo ruolo futuro? Il 4-5% su cui ci attestiamo non ci consente di assolvere alla funzione di cambiamento che è la ragione costitutiva del partito. Fino alle regionali scorse il nostro campo di gioco è stato lo stesso del Pd e delle altre forze alleate: in Puglia abbiamo vinto così. Altrove s’è deciso per altri schemi costringendoci alla sconfitta ed alla minoranza. Per le prossime amministrative c’è chi sollecita Sel ad una corsa solitaria contro il Pd. Ecco, di questo vorrei discutere. Del perché si pensa di sciogliere Sel anziché rafforzarla aprendosi ai contributi anche di chi è uscito dal Pd. Del perchè Sel non è interessata a discutere della modifica dell’Italicum per assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non al primo partito».

Qual è il suo giudizio sul governo?

«Il mio giudizio è noto da tempo, attraverso le posizioni assunte anche in Aula. È un governo che sconta un’intesa con forze politiche lontane dalla cultura della sinistra. Non lo condivido quando racconta, con numeri bugiardi, i risultati inesistenti del job act o quando ispira provvedimenti come lo Sblocca Italia che vorrebbero creare finte condizioni di sviluppo calpestando le volontà dei territori».

Sulla riforma del Senato, i numeri ballano. Come voterà?

«È stata definita la madre di tutte le riforme, ma ad oggi è una matassa informe. A dirlo non è solo la minoranza ma la maggioranza dei costituzionalisti ed i funzionari del Senato che hanno fatto la Tac al disegno di legge costituzionale, mettendo in evidenza tutti i limiti sia nella composizione che nelle funzioni, tanto da chiederci a cosa dovrebbe servire il Senato così com’è pensato dalla riforma Boschi».

Da Tsipras è arrivata una brutta notizia per la “brigata Kalimera” italiana: il principio di responsabilità viene prima di quello identitario. Che ne pensa?

«È apprezzabile che chi ha combattuto una battaglia contro una Europa della Troika, legata solo al tema dell’austerity, e non si è sottratto alla difficoltà del governo dei processi, poi una volta assuntasi la responsabilità di decidere si sottopone al giudizio degli elettori. Questa è sinistra di governo».

E da Landini, Fassina, Civati, tutti alla ricerca della sinistra perduta, cosa potrà venir fuori?

«Vedo un rischio: chi sin qui ha alimentato il dibattito ha fatto emergere i motivi di divisione piuttosto che quelli di unione. E questo è stato spesso letto da molti militanti della sinistra come una semplice rincorsa ad una posizione di leadership».

Pensa che ci sia uno spazio politico a sinistra del Pd oppure è occupato dal radicalismo grillino?

«Il radicalismo grillino è lontano anni luce dai valori che dovrebbero ispirare un progetto di sinistra di governo, perché spesso si manifesta con una cultura contro il sistema ed a prescindere. Ecco perché io credo sia un errore isolarsi in uno spazio, quello della mera protesta, che non solo non appartiene alla mia cultura politica, ma è stato già occupato da Grillo».

È vero che intende candidarsi a sindaco di Lecce?

«Diciamo che forse si era alla ricerca di un argomento da chiacchera sotto l’ombrellone e questo si prestava molto bene. Tuttavia, non significa che non farò la mia parte, insieme alle forze del centrosinistra, per dare vita ad un progetto e, quindi, ad una candidatura che riporti il centrosinistra al governo di una città che ha necessità impellente di un’inversione radicale».

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